INTRODUZIONE
ALLA LETTURA
Le persone
riconoscono indiscutibilmente nella salute un bene basilare per progettare
un futuro migliore per se e per la sua famiglia, alle volte il passare
del tempo può far dimenticare quanto lo star bene sia collegato
a tutto ciò che riteniamo la normalità della nostra
vita, lo studio, il lavoro , la pratica di uno sport, le amicizie
, ecc....
Ma quando
la nostra salute viene a mancare, oppure per prevenire alcune malattie
insidiose dobbiamo per forza di cose affidarci alla medicina, sapendo
in cuor nostro che il giuramento di Ippocrate è l'anima pulsante
di ogni essere Umano che esercita la professione medica.
Purtroppo
a volte può capitare che gli errori di ricerca , sperimentazione,e
scelte politiche avventate possano colpire la popolazione, compromettendo
l'ineguagliabile importanza della salute.
Per
gentile concessione di Diego Tomaselli possiamo divulgare nel sito
della Sentinel Italia la sua ricerca statistica dal titolo "Nuova
categoria a rischio AIDS - Correlazioni statistiche e storiche."
la quale pone forti interrogativi,aprendo nuove riflessioni
su una delle malattie più terribili di fine 20esimo secolo,e non ancora debellata nel 21 secolo.
Luigi
Della Chiesa - 18 01 2005
Nuova
categoria a rischio AIDS.
Correlazioni
statistiche e storiche.
A
cura di Diego Tomaselli,consulente
informatico
Scopo di questo studio è dimostrare
l’esistenza di una categoria a rischio di AIDS
finora rimasta sconosciuta, ma desumibile dallo studio approfondito
delle statistiche distribuite dall’Istituto Superiore di Sanità.
La scoperta in oggetto è stata effettuata
analizzando in particolare il grafico rappresentato in Figura 3 (“Età
mediana alla diagnosi per sesso e anno
di diagnosi”) del documento “Aggiornamento dei casi di AIDS notificati
in Italia al 31 dicembre 2003” emesso a cura dell’Istituto Superiore
di Sanità:

Il grafico rappresenta l’età alla
quale più frequentemente si scopre di essere malati,
e mostra l’andamento di questo dato nel tempo.
Si nota immediatamente una marcata
regolarità nell’aumento delle età mediane negli anni, nonché nel suo mantenersi equidistante tra maschi e femmine.
Trattandosi di un calcolo basato
non su “medie”, ma su “mediane” (oltretutto effettuato
su un numero fortunatamente esiguo di malati) l’esistenza di tale regolarità
risulta particolarmente interessante; come vedremo, invece, negli
anni statisticamente più rilevanti (cioè quelli col maggior numero
di casi) tale regolarità risulta incredibilmente “perfetta”.
Il grafico in esame riporta le età
con solo i numeri pari (da 24 a 40 anni) mentre
gli anni di diagnosi sono precisamente riportati.
Per evidenziare più efficacemente
i dati che hanno formato la base di questo studio, riportiamo invece
gli stessi dati su scala esatta riferendola, per semplicità, ai soli
uomini, che rappresentano comunque oltre
i ¾ di tutti i casi:

Il
grafico così modificato, non solo mostra più chiaramente l’andamento
di tale regolarità, ma ne palesa immediatamente l’inclinazione quasi
perfetta a 45° ed il suo svolgersi in una retta, anch’essa quasi perfetta.
Questo fenomeno è particolarmente
evidente nel periodo 1994 – 2000, comprendente
gli anni in cui è stato rilevato il maggior numero di casi (1994 -
1996) e che pertanto rappresenta, dal
punto di vista statistico, quello più indicativo.
Come si nota, in tutti questi anni,
l’età alla quale ci si ammala di AIDS è salita
quasi perfettamente (e in modo assolutamente perfetto nel periodo
summenzionato) di un anno ogni anno.
Potrebbe sembrare una semplice coincidenza,
tuttavia se si considerano, anziché le età, i relativi anni di nascita,
ci si rende immediatamente conto che, ad esempio:
-
il
gruppo di persone più colpito nel 1994 (e cioè
gli uomini 33enni, secondo sempre lo stesso grafico) era composto
dai nati nel 1961/60
-
il
gruppo di persone più colpito nel 1995 (e cioè
gli uomini 34enni) era composto dai nati nel 1961/60
-
il
gruppo di persone più colpito nel 1996 (e cioè
i 35enni) era composto dai nati nel 1961/60
-
il
gruppo di persone più colpito nel 1997 (i 36enni) era composto dai
nati nel 1961/60
-
il
gruppo di persone più colpito nel 1998 (37enni) era composto dai nati
nel 1961/60
-
il
gruppo più colpito nel 1999 (38enni) era composto dai nati nel 1961/60
-
il
più colpito nel 2000 (39enni) era composto dai nati nel 1961/60
Gli altri anni differiscono di molto
poco rispetto a quelli forniti come esempio, che comunque rappresentano
il periodo statisticamente più importante, dato che ricomprende gli anni col maggior numero di casi. In altri
termini, si può osservare che il range delle
classi più colpite dall’AIDS è estremamente
ristretto: il grafico fornito dall’Istituto Superiore di Sanità può
essere ridisegnato sostituendo l’età anagrafica con il relativo anno
di nascita, palesando così, anche visivamente,
la particolare predisposizione ad ammalarsi di alcune classi specifiche:
In particolare,
si nota come, nel corso degli ultimi dieci anni (1994-2003), il gruppo
più colpito sia sempre stato composto dai nati solo fra il 1960 ed
il 1963, negli ultimi 13 dai nati fra il 1959 ed il 1963, negli ultimi
16 dai nati fra il 1958 ed il 1963.
Nell’arco di quasi vent’anni di
epidemia, fin da quando i casi erano meno di 500 l’anno, cioè
sin dal 1985 (solo 198 casi) questo range si allarga a comprendere solo gli anni 1955-63.
Si potrebbe pensare che si tratti
semplicemente di distorsioni dovute magari al fatto che in tali anni
siano semplicemente nate più persone, per cui
potrebbe essere possibile che i malati siano di più per il semplice
fatto che esistono molte più persone nate in quegli anni.
Tuttavia, così
non è: prendendo ad esempio il gruppo più colpito negli ultimi dieci
anni (i nati tra il 1960 ed il 1963) esso conta 3.737.442 bambini,
mentre negli anni successivi si assistette a periodi più prolifici:
1961-1964: 3.843.370
1962-1965: 3.904.171
1963-1966: 3.946.854
1964-1967: 3.935.290
1965-1968: 3.849.342
1966-1969: 3.791.350
E negli anni precedenti i nuovi nati
furono ancora meno: ad esempio nel periodo 1955-1958 furono meno di
3 milioni e mezzo. Inoltre tali conteggi non tengono conto della mortalità,
che contribuirebbe ulteriormente ad aumentare la differenza tra i
nati tra il 60 ed il 63 e quelli nati appena dopo, rendendo questo
strano fenomeno ancora più inspiegabile.
Oppure si potrebbe pensare che la
differenza con le altri classi di età sia
comunque minima, e quindi tale predisposizione non sarebbe particolarmente
significativa.
In questo caso, si può utilizzare
la tabella n. 6, fornita sempre nello stesso documento dell’Istituto
Superiore di Sanità:

Per
meglio comprendere le implicazioni di questi dati, è utile trasporli
in grafici:

Come si vede, apparentemente questi
dati non sembrano sottendere alcuna logica precisa: alcuni gruppi
dapprima salgono e poi scendono (30-34enni) altri invece scendono
decisamente (25-29enni, scesi di oltre l’85% in dieci anni)
altri ancora invece salgono vertiginosamente (35-39enni, saliti di
oltre il 111% nello stesso periodo).
Ma anche in questo caso, è sufficiente
sostituire alle età i relativi anni di nascita per rendersi conto
di come invece esista una logica precisa,
e di quanto questa logica discrimini i soggetti in base all’anno di
nascita:

Come si nota, in tutti questi anni
il gruppo più colpito (60-65) non è mai variato, e anzi è stato colpito
in percentuali spesso più che doppie rispetto,
ad esempio, al range immediatamente successivo
(65-70) che addirittura racchiudeva un maggior numero di soggetti.
Ecco spiegate quindi le repentine
crescite in alcune fasce (35-39enni) e le altrettanto repentine decrescite
(25-29enni): in realtà non vi è stata nessuna
rivoluzione nei dati, perché i 25-29enni del 1990 (che erano i più
colpiti) sono diventati i 30-34enni del 1995 (e sono quindi rimasti
i più colpiti) e sono diventati i 35-39enni del 2001 (restando sempre
i più colpiti).
A prescindere dalla causa di questa aberrazione statistica, la sua semplice esistenza obbliga
a considerare che, per questi soggetti, sia intervenuto un qualche
fattore esterno che ne ha determinato e ne determina l’ammalarsi.
Probabilmente un qualche evento avvenuto durante i primi anni di vita.
Se esistessero ragioni di tipo sociale o terapeutico, avremmo
assistito allo stesso fenomeno anche in altre realtà, mentre possiamo
osservare come, ad esempio negli USA, la distribuzione dell’età dei più
colpiti non abbia mai subito sostanziali modificazioni (quindi i relativi
anni di nascita sono stati sempre diversi):

Ipotesi
A questo stadio delle ricerche,
non è possibile stabilire quale sia l’evento
accomunante i nati in quegli anni, tuttavia si possono formulare delle
ipotesi basandosi su ulteriori coincidenze storiche; in particolare
il periodo corrisponde perfettamente alle prime vaccinazioni antipolio
(endovenose) che venivano coltivate su reni di scimmia, e che già
in passato sono state oggetto di controverse ipotesi sull’origine
dell’AIDS, formulate da alcuni ricercatori di fama mondiale, come
William Hamilton (“uno dei più importanti
biologi evoluzionisti contemporanei”) e Edward Hooper (“il più quotato giornalista
scientifico britannico”) che avevano notato altre simili
anomalie statistiche in Africa.
Ecco la sintesi della loro teoria
presentata da Repubblica.it, secondo la quale tutto nacque dalla
contaminazione di un vaccino anti-polio:
“In quegli anni, i vaccini contro
la poliomielite erano coltivati quasi sempre
su un substrato di cellule prelevate da reni di scimmia. Poiché il
virus dell'AIDS non fu scoperto che 25 anni dopo, era impossibile
individuarne la presenza in provetta così come era
impossibile rilevarla negli animali, dato che gli scimpanzè colpiti
dal SIV (il virus dell’immunodeficienza delle scimmie, da cui è derivato
l’HIV) spesso sono asintomatici. Inoltre, ed è forse l'elemento più significativo dell'ipotesi, esiste una fortissima correlazione
tra le località in cui fu distribuito il CHAT (il vaccino anti-polio
in questione) e quelle in cui sono stati registrati i primi casi di
contagio di HIV-1: una coincidenza pari all'85%.”
Allo stato attuale, non è possibile
ipotizzare se alcuni lotti utilizzati in Italia fossero contaminati
dal SIV, ma per comprendere quale fosse l'attenzione riservata all’epoca
alla purezza dei primi vaccini anti-polio, possiamo considerare che
è invece assodata l’infezione, sempre per mezzo di vaccinazioni anti-polio
coltivate su reni di scimmia, di centinaia di milioni di persone con
un altro virus delle scimmie: "È noto dal 1960 che SV40 (Simian
Virus n. 40) fu trasferito all'uomo mediante le vaccinazioni anti-polio
eseguite su scala planetaria durante il periodo 1955-63”, afferma
il professor Mauro Tognon, biologo e genetista dell'Università di Ferrara. E ancora: “…pur essendo emersa
la contaminazione nel 1961, per altri 2 anni i vaccini con SV40 continuarono
a restare sul mercato e ad essere liberamente somministrati.”
A prescindere da quale sia il fattore accumunante
i nati in quegli anni, sarebbe di fondamentale importanza riuscire
a scoprirlo, per gli ovvii risvolti che ciò avrebbe sia per i malati
ed i sieropositivi (eventuale individuazione di un nuovo cofattore
da contrastare) sia su coloro che non sanno di essere stati esposti
al contagio (eventuale conferma di contaminazione da SIV di alcuni
lotti di vaccino).
Le
opinioni degli esperti
Carlo Perucci, Direttore del Dipartimento di Epidemiologia dell’ASL di Roma: “L’ipotesi del vaccino è
la più improbabile. In realtà questo aumento
costante dell’età in cui si diagnostica l’AIDS è dovuto essenzialmente
al fatto che, a partire dal 1996, in Italia è stata introdotta la
terapia combinata, che ha avuto subito l’effetto di allungare la sopravvivenza
dei malati e di allungare il periodo di incubazione del virus HIV,
prima che sfociasse in malattia vera e propria”
Diego Tomaselli: “Questo fenomeno è iniziato negli
anni ’80 e si è consolidato fin dai primi anni ’90: appare strano che ciò possa essere dovuto ad un evento (le
nuove terapie) intervenute solo nel 1996. Oltretutto un evento che
riguarda una minoranza dei malati, dato che meno del 35% segue una
terapia prima di ammalarsi. Oltretutto un evento verificatosi
solo in Italia e non, ad esempio, negli USA.”
Giovanni Rezza, Capo Epidemiologico del Dipartimento
di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità: “Negli anni
ottanta-novanta, la trasmissione dell’HIV
è avvenuta soprattutto attraverso la tossicodipendenza, un’epidemia
che in quegli anni era responsabile del 75% dei casi di
infezione. Oggi la droga rappresenterà sì e no il 20% dei casi
mentre il grosso passa attraverso i rapporti sessuali sia omo che
etero. Il fatto che nel corso degli anni si sia alzata l’età
in cui la maggior parte delle persone scoprono
di essere malate di AIDS dipende appunto da questo cambiamento epocale:
i tossicodipendenti, essendo un gruppo a rischio e sotto osservazione
da parte dei servizi sanitari, scoprono la malattia precocemente.
E si ammalano anche precocemente, a causa
delle loro cattive condizioni di salute. Gli eterosessuali, invece,
non essendo consapevoli del rischio, lo scoprono molto dopo. I dati
del Registro Nazionale AIDS dimostrano che circa la metà di chi ha contratto l’HIV per
via sessuale scopre di essere sieropositivo solo al momento della
diagnosi di AIDS.”
Diego Tomaselli: “La tesi di Rezza, sebbene non priva di logica, parte
da presupposti errati, probabilmente a causa di un misunderstanding
sulla questione: le statistiche di cui stiamo parlando non riguardano
coloro cui viene diagnosticata la sieropositività
(nel qual caso giustamente chi è sotto controllo lo scopre prima)
ma riguarda invece coloro cui viene diagnosticato l’AIDS (cioè
coloro che, immunodepressi, si ammalano di una delle malattie indicative
di AIDS): in altre parole, essere sotto
controllo influisce poco sul momento in cui si scopre di avere l’AIDS,
in quanto si ha l’AIDS quando ci si ammala effettivamente di qualcosa
e quindi un tossicodipendente che si ammala o un eterosessuale che
si ammala si vedranno diagnosticata la malattia quasi nello stesso
momento, indipendentemente dal fatto che fossero sotto controllo oppure
no e quindi entreranno, nella grande maggioranza dei casi, nelle statistiche
dello stesso anno, indipendentemente dal fatto che il tossicodipendente
sa di essere sieropositivo da 5 anni mentre l’eterosessuale non lo
sapeva affatto. Perciò la svolta epocale di cui parla Rezza
(meno tossicodipendenti tra i malati) non ha praticamente influenza sulle statistiche in esame, e pertanto
non fornisce una giustificazione a questo inspiegabile accanimento
della malattia verso coloro che sono nati in determinati anni.
Anzi, la conclusione del ragionamento
di Rezza dovrebbe essere esattamente opposta,
cioè l’età dei nuovi malati non dovrebbe
aumentare ma anzi dovrebbe diminuire. Vediamo perché: chi è
sotto controllo (e scopre quindi molto prima di
essere sieropositivo) ha più possibilità di curarsi e di allungare
quindi il periodo di latenza del virus (cioè il periodo durante il
quale egli sarà sieropositivo senza ammalarsi) e perciò si ammalerà
di AIDS un po’ più tardi rispetto a chi invece non sapeva di esserlo
e quindi non si è potuto curare; siccome nel tempo le persone che
sanno di essere sieropositive prima di ammalarsi sono sempre
meno (come giustamente ha fatto notare Rezza)
allora dovrebbero aumentare quelle che si ammalano in età sempre più
giovane, proprio perché non sapendo di essere sieropositive non hanno
potuto curarsi. Invece è accaduto esattamente
l’opposto: meno persone si sono curate e
più si è innalzata l’età di coloro che si ammalano. E’ un palese controsenso
che rafforza ulteriormente l’unica logica che sembra accumunare
questi dati: gli anni di nascita.
In altre parole Rezza ha messo in evidenza un’altra
aberrazione che rende ancora più inquietante questo fenomeno e cioè:
pur essendo diminuite nel tempo le persone che hanno potuto curarsi
prima di ammalarsi (dato che sono diminuite le persone sotto controllo,
come i tossicodipendenti) l’età in cui ci si ammala è andata comunque
aumentando, come se tali cure avessero avuto invece l’effetto di ritardare
la malattia nella maggioranza dei casi.
Rezza sostiene anche che i tossicodipendenti
si ammalano precocemente, tuttavia tale affermazione non trova facili
riscontri, soprattutto perché, citando lo stesso Rezza, “l’epoca dell’infezione non è nota per la maggior parte
dei casi notificati”, ragion per cui
è molto difficile stimare quanto duri il periodo di latenza della
malattia; al contrario, esistono molti studi volti a dimostrare che
l’assunzione di droga non influisce sul decorso della malattia, proprio
perché il principale fautore delle teorie “eretiche” sull’AIDS (Peter
Duesberg) sostiene da anni che sia la droga e non l’HIV a
causare l’immunodeficienza; a tal proposito si veda quanto riportato
dal sito del Dipartimento di Malattie Infettive degli Spedali
Civili di Brescia: “Sulla base di studi prospettici
riguardanti uomini omosessuali di cui era noto il momento esatto del
contagio, nei paesi industrializzati l'intervallo medio tra l'infezione
con HIV e l'insorgenza di malattia clinicamente evidente è di circa
10 anni. Stime analoghe, riguardo al periodo asintomatico,
sono state ottenute per i trasfusi con sangue infetto da HIV, i
tossicodipendenti e gli emofiliaci adulti.” E ancora “In un'indagine su 229 tossicodipendenti
HIV-sieronegativi di New York, il numero
medio di cellule T CD4+ del gruppo era sistematicamente maggiore di
1.000 cellule/mm3 di sangue. Solo in due persone si sono avute due misurazioni di cellule T CD4+ inferiori a 300/mm3 di sangue”.
In sostanza, per quanto è dato di
sapere allo stato attuale degli studi, il fattore droga non può aver
influenzato le statistiche relative a chi
si ammala di AIDS e anche se le avesse influenzate avrebbe dovuto
far abbassare l’età di chi si ammala anziché farla innalzare, dato
che sono diminuiti coloro che, consci della propria sieropositività,
hanno potuto curarsi prima di ammalarsi.
Alfredo Corallini,
virologo dell’Università di Ferrara: “Si è parlato a lungo della possibile
contaminazione del vaccino con SV40. Tuttavia nelle
nostre analisi non abbiamo mai riscontrato grosse differenze circa
la presenza del virus fra i nati negli anni 60 e quelli nati negli
anni 70. La trasmissione dell’SV40
non è ancora ben chiara e la stiamo studiando proprio perché questo
virus, che normalmente se ne sta silente nei reni, sembra attivarsi
proprio nelle persone immunodepresse, come i malati di AIDS.” Ma se per i tumori
il ruolo dell’SV40 comincia a chiarirsi,
non si capisce proprio che ruolo possa aver giocato nella genesi dell’AIDS.
“E’ un’ipotesi che non sta in piedi. L’SV40
non può provocare l’infezione da HIV né ci sono prove che possa facilitarla
in qualche modo come cofattore.”
Diego Tomaselli: “Corallini critica la teoria <<SV40
= cofattore dell’AIDS>> ma personalmente ho utilizzato l’esempio della
vicenda dell’SV40 al solo fine di dimostrare inconfutabilmente che
i vaccini antipolio Salk (endovena il cui
uso coincide perfettamente con gli anni di nascita dei soggetti maggiormente
colpiti dall’AIDS) erano coltivati su reni di scimmia e non erano
affatto ben controllati. Queste semplici affermazioni
infatti non sono negate da nessuno. Lo stesso
Corallini infatti conferma che <<SV40 ha come ospite
naturale la scimmia ed è stato accidentalmente introdotto nella popolazione
umana tramite vaccini poliomielitici contaminati nel periodo fra il
1955 e 1963>>.
Pertanto, non possiamo sapere se
l’SV40 sia o meno un cofattore, o se tali vaccinazioni contenessero direttamente
il SIV (il virus dell’immunodeficienza delle scimmie simile al 98%
all’HIV) ma sappiamo con certezza che in
quei precisi anni c’è stato un ampio e documentato scambio di materiale
organico tra scimmie ed bambini vaccinati.
Certo, affermare che l’SV40 sembri attivarsi proprio nelle persone immunodepresse può generare interessanti questioni. Vediamo
perché: se, come afferma lo stesso Corallini,
tale virus si è ormai esteso a circa il 35% della popolazione, e se tale virus si attiva nelle
persone immunodepresse, allora i tumori
di cui è finora accusato l’SV40 farebbero parte dell’elenco delle
malattie indicative di AIDS, dato che i primi a subirne le conseguenze
dovrebbero essere proprio gli individui con deficit immunitario; ma ciò non è accaduto.
A questo punto è lecito chiedersi
se l’attivazione notata da Corallini possa
essere, anziché una conseguenza dell’immunodepressione,
una sua causa (o concausa), dato che certamente nessuno ha
potuto osservare se si sia verificata prima l’immunodepressione e poi l’attivazione del virus invece dell’esatto
contrario.
Tuttavia si tratta solo di osservazioni, interessanti soprattutto in considerazione
del fatto che ancora non è stato spiegato, se non con teorie, come
l’organismo venga danneggiato al punto di ridurre drasticamente la
produzione delle cellule T CD4+; pertanto, non si dovrebbe accantonare
questa ulteriore coincidenza senza ulteriori approfondimenti.
Come detto, se l’SV40 sia coinvolto o meno potrà essere desunto solo da ulteriori
studi (nella speranza che qualcuno possa dedicarvisi).
Ma anche ammesso che l’SV40 non sia direttamente coinvolto, resta la certezza di
assistere all’epidemia di un virus simile al 98% con un omologo delle
scimmie, che, in Italia, per decenni ha colpito (e continua a colpire)
in prevalenza le persone cui sono state iniettate le prime vaccinazioni
antipolio coltivate sui reni di scimmie, la cui correlazione statistica
con le prime epidemie africane era già stata da tempo notata, e che
si sa per certo essere state contaminate quantomeno con un altro virus.
Possiamo davvero permetterci di
considerare tutto questo come la semplice concomitanza di coincidenze
senza senso?”
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NOTE:
[1]
Semplificando, la differenza tra “media” e “mediana” è data
dal fatto che per il calcolo della seconda si effettua il semplice
conteggio dei casi: affermare quindi che “l’età mediana alla
diagnosi è di 40 anni” equivale a dire che “il maggior numero
di casi di AIDS è stato riscontrato proprio tra i pazienti
40enni” e non, come sarebbe possibile nel caso si usasse il termine
età media, “a 20enni e 60enni in egual misura”.
[2] http://www.iss.it/publ/noti/2004/04s2/art1.html
[3]Fortunatamente, solo 1758 casi nel 2003
e meno di cinquecento prima del 1987 (http://www.iss.it/publ/noti/2004/04s2/tab1.html).
[4] Precisamente il 77,7%, secondo lo stesso
documento (http://www.iss.it/publ/noti/2004/04s2/art1.html)
[5] Secondo lo stesso documento (http://www.iss.it/publ/noti/2004/04s2/art1.html
- Fig. 1).>
[6] L’anno di nascita non può essere
calcolato precisamente, dato che la data esatta della diagnosi può
avvenire prima o dopo il compimento del compleanno nell’anno in
esame, per cui una diagnosi effettuata nell’arco dell’anno 2000
su un paziente 33enne può riguardare sia un soggetto nato
nel 1961 che avesse già compiuto gli anni nell’arco dello
stesso anno, sia un paziente che invece è nato nel 1960 ma
non abbia ancora compiuto i 34 anni.
[7] Come detto, l’anno di nascita può
oscillare a seconda del momento in cui la diagnosi viene effettuata
rispetto alla data di nascita del soggetto; per esigenze di chiarezza
il grafico considera, ad esempio, le diagnosi rilasciata a soggetti
39enni nel 2000 come nati nel 1961 (2000 – 1961 = 39), anche se,
come detto, possono essere nati nel 1960, ma non aver ancora compiuto
i 40 anni al momento della diagnosi.
[8] http://www.iss.it/publ/noti/2004/04s2/tab1.html
[9] http://www.osservatorionazionalefamiglie.it/documentazione/nati_vivi_Italia.xls
[10] http://www.iss.it/publ/noti/2004/04s2/tab6.html
[11] Il dato dei 40-49enni è stato
diviso a metà in quanto altrimenti non raffrontabile con
gli altri dati; apparentemente infatti i 40-49enni (maschi) sembrano
costituire il gruppo più colpito nel 2001, ma le altre categorie
sono relative ad un range molto inferiore di anni, per cui in realtà
il gruppo più colpito è rappresentato dai 35-39enni
che, pur comprendendo una fascia d’età molto più sottile
giunge quasi alla stessa percentuale.
[12] 4,08% dei 35-39enni contro il 4,11%
dei 30-34enni. Fonte ISTAT “Popolazione” (Italia7-18/11) (http://www1.dataprint.it/istat/pop.pdf)
[13] http://www.cdc.gov/mmwr/PDF/wk/mm5021.pdf
(Tab. 1)
[14] Professore e Ricercatore presso l’Università
di Oxford. Scomparso il 7 marzo 2000. Da un articolo apparso su
Repubblica.it il 30 settembre 2001 (http://www.repubblica.it/online/cultura_scienze/viru/hooper/hooper.html)
[15] Autore del libro “Il fiume: Viaggio
di ritorno alla fonte della Hiv e dell'Aids”. Da un articolo apparso
su “Il Resto Del Carlino” (http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net/chan/cronaca_nazionale:350245.4:/1999/11/25)
[16] http://www.repubblica.it/online/cultura_scienze/viru/hooper/hooper.html
[17] “La teoria che ha trovato maggiori consensi
circa l'origine dell'HIV sostiene infatti che questo virus sia derivato
da mutazioni genetiche di un virus che colpisce alcune specie di
scimpanzè africani, il SIV (Scimmian Immunodeficiency Virus);
tramite studi di biologia molecolare è stato possibile stabilire
una relazione fra l'HIV ed il SIV, identificando una omologia genetica
del 98% tra questi due virus.” (http://www.infettivibrescia.it/schede_HIV/virus/virus_text.html#origini)
[18] “Il fiume: Viaggio di ritorno alla fonte
della Hiv e dell'Aids”
[19] http://www.area.trieste.it/html/press/magazine/13/13_5.htm
[20] “L’Espresso”, pag. 212, N. 50, anno
2004
[21] http://www.iss.it/publ/noti/2004/04s2/art1.html
(Fig. 4)
[22] http://www.cdc.gov/mmwr/PDF/wk/mm5021.pdf
(Tab. 1)
[26] “L’Espresso”, pag. 212, N. 50, anno
2004
[29] http://www.iss.it/publ/noti/2004/04s2/tab9.html
[30] http://www.simg.it/simgaids/cap_03.html
[31] http://www.infettivibrescia.it/schede_HIV/attualità/NIH_risposte.html
[32] http://www.ncbi.nlm.nih.gov/entrez/query.fcgi?cmd=Retrieve&db=PubMed&list_uids=8174659&dopt=Abstract
[33] http://www.ncbi.nlm.nih.gov/entrez/query.fcgi?cmd=Retrieve&db=PubMed&list_uids=8099613&dopt=Abstract
[34] “L’Espresso”, pag. 210-212, N. 50, anno
2004
[35] http://www.ncbi.nlm.nih.gov/entrez/query.fcgi?cmd=Retrieve&db=PubMed&list_uids=8099613&dopt=Abstract
[36] http://www.infettivibrescia.it/schede_HIV/virus/virus_text.html#origini
[37] http://bs-d.unife.it/scienze/verbali/feb_04/ALL_D.htm
[38] http://www.iss.it/publ/noti/2004/04s2/tab9.html
[39] http://www.infettivibrescia.it/schede_HIV/patogenesi/pat_text.html