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martedì 7 settembre 2010 ..:: Caso Varginha - nuove rivelazioni sulla cattura ::.. Registrazione  Login
  Uno dei medici fa nuove rivelazioni. Riduci

Varginha: nuove rivelazioni
Uno dei medici che ha curato il poliziotto deceduto dopo la cattura e il contatto con l’ET di Varginha fa nuove rivelazioni
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Fonte: Brazilian UFO Magazine n. 102 www.ufo.com.br

Traduzione dal francese di Lavinia Pallotta

(Sentinel Italia - Gruppo Camelot )
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INTRODUZIONE DI A.J.GEVAERD

Uno dei fatti più gravi – e più deplorevoli – del Caso Varginha, è stata la morte, il 15 febbraio 1996, del caporale Maro Eli Chereze, che aveva all’epoca 23 anni. Come sappiamo, faceva parte del servizio segreto della Polizia Militare (P2) che ha partecipato alla cattura della seconda creatura, la notte del 20 gennaio 1996. La notizia della sua morte si diffuse molto rapidamente, nel corso dei primi mesi d’indagine, secondo altre fonti, che rivelano che un poliziotto era morto a causa di un’infezione generale dopo aver avuto un contatto diretto con l’ET. Di fronte alla gravità della situazione, il l’argomento venne trattato con estrema prudenza dagli investigatori coinvolti nella ricerca, mentre l’avvocato e consulente della rivista UFO - Ubirajara Franco Rodrigues – era sempre alla ricerca di nuove informazioni.
Rodrigues riuscì verificare, in comune, che un poliziotto aveva trovato realmente la morte poco tempo dopo la cattura delle creature. L’ufologo ottenne anche una copia del registro dei decessi, tramite il quale riuscì a localizzare la famiglia del ragazzo. Lo stesso testimone che aveva avvertito i ricercatori della morte di Chereze, dichiarò anche che la creatura, al momento della cattura, aveva tentato una leggera reazione, obbligando il poliziotto a toccarle il braccio sinistro senza i guanti. Per alcuni suoi colleghi, sarebbe stato, in un modo o nell’altro, contaminato.

 

MARCO ELI CHEREZE

La famiglia di Marco Eli Chereze riuscì a far aprire un’inchiesta dal commissariato locale per stabilire eventuali responsabilità mediche del suo decesso. All’epoca, queste ricerche parevano destinate al fallimento, e invece sono tuttora in corso. I genitori lo fecero perché, pochi giorni dopo il 20 gennaio, era comparso un piccolo tumore, somigliante ad un foruncolo, sotto una delle ascelle di Chereze. Questo tumore, secondo quanto apprendemmo all’epoca, sarebbe stato velocemente estratto dal medico di servizio negli stessi locali della caserma nella quale lui lavorava. Oggi sappiamo che non accadde niente del genere. Ma ciò che più attirò l’attenzione della famiglia del ragazzo, fu la mancanza d’ informazioni sul suo stato di salute e, in seguito, sulla sua tragica morte. Persino mesi dopo il suo funerale, nessuno conosceva esattamente la ragione del suo decesso.


AUTOPSIA RIFIUTATA


Persino il commissario di Varginha che portò avanti l’indagine, non riuscì ad assistere all’autopsia del ragazzo, nonostante la sua insistenza presso il corpo di polizia nel quale aveva lavorato Chereze.
Il mancato rilascio e/o la dissimulazione delle informazioni riguardanti questo caso, furono un puro e semplice affronto alla famiglia di Chereze e alle leggi della Nazione. Peggio ancora, un simile affronto fu commesso dalla stessa Polizia Militare. Fu solo un anno dopo l’avvenimento di Varginha, il 20 gennaio 1997, dopo che la dissimulazione dei fatti era stata pubblicamente denunciata con insistenza sia dagli ufologi che da tutta la stampa, che le cose hanno cominciato a muoversi.
Tra i fatti più inquietanti messi in evidenza dai ricercatori figurava, giustamente, l’assenza d’informazioni concernenti il decesso di Chereze, l’elemento più importante del rompicapo chiamato Caso Varginha. Così, a metà di un incontro con la stampa il giorno del primo anniversario dell’evento, i ricercatori denunciarono il silenzio e riuscirono a fare in modo che la famiglia, il commissario e la stampa avessero finalmente accesso al dossier dell’autopsia. Secondo quanto contenutovi, il soldato Chereze sarebbe deceduto a causa di un’infezione generalizzata. Il poliziotto sarebbe rientrato una certa notte, dopo la cattura della creatura soffrendo di forti dolori alla schiena. Dopo l’ablazione del tumore, avrebbe presentato un graduale processo di paralisi e di febbre che, aggravandosi, l’obbligò a recarsi all’ ospedale di Bom Pastor dove venne ricoverato e praticamente isolato dalla sua famiglia per diversi giorni.
I parenti del poliziotto, in particolare sua sorella, Marta Antônia Tavares, che si recava più frequentemente all’ospedale, non riuscirono ad avere alcun contatto con lui ed ebbero molte difficoltà ad incontrare il medico responsabile del trattamento; e fu ancora molto più difficile per loro scoprire quale fosse la sua malattia. Poco tempo dopo la sua entrata nell’ ospedale di Bom Pastor, il poliziotto fu trasferito all’ospedale REGIONAL do SUL de MINAS, anch’esso situato a Varginha, vale a dire lo stesso dove avrebbe portato, nella notte del 20 gennaio, la creatura catturata. Chereze fu condotto direttamente al centro di cure intensive dell’istituto e preso in cura dallo stesso medico che oggi rivela pubblicamente ciò che sa. E’ lì che Chereze si è spento esattamente alle h. 11:00 del 15 febbraio, 26 giorni dopo il suo coinvolgimento con l’extraterrestre.


“Nonostante siano stati effettuati tutti i test e gli esami possibili alla ricerca di un diagnostico, non è stato possibile salvarlo in tempo” doveva dichiarare il commissario responsabile dell’inchiesta nel corso della sua deposizione davanti al giudice della “COMARCA”. Si è semplicemente scoperto che i medici che si occupavano di Chereze all’epoca non avevano la minima idea del modo di combattere la malattia che lo distruggeva. Dopo che il decesso del ragazzo era stato svelato alla stampa presente alla riunione del gennaio 1997 il comandante della Polizia Militare dello stato di Minais Gerais smentì immediatamente i fatti, compreso quello della presenza di Chereze che era in servizio in quella notte del 20 gennaio. Ora, per coprire una storia assurda, ne inventarono un’altra ancora più grossolana.
La famiglia di Marco Eli Chereze confermò che questi era effettivamente in servizio quella notte. In più, non è morto tutto solo a causa delle sue attività professionali dopo il contatto con un alieno, ma la creatura che aveva catturato morì anch’essa dopo il contatto, e molto più rapidamente di Chereze. “Sembra chiaro che la morte del poliziotto sia diventata l’elemento meno controllabile e più pericoloso del processo di dissimulazione imposto dai militari dell’ESA e dell’Esercito brasiliano, ha ammesso Marco Petit, co-direttore della rivista UFO che partecipò attivamente all’inchiesta.


UN DOCUMENTO IMPORTANTE


Oggi tutto si conferma e si aggrava. In uno sforzo fuori dal comune per un ufologo, sicuramente mosso dal desiderio di vedere la verità messa a disposizione di chiunque, al prezzo di un considerevole sforzo personale e professionale, l’avvocato Ubirajara Rodrigues, originario di Varginha, “scopritore” del “Caso Varginha” e colui che ha avvertito la stampa, è diventato una sorta di direttore delle più importanti ricerche ufologiche conosciute qui. E’ lui a presentarci delle nuove, inquietanti rivelazioni.

…/…Quanto segue rappresenta il testo integrale del colloquio che si è svolto con il dottor Cesário Lincoln Futardo, cardiologo ed esperto ufficiale della polizia. Il dottor Futardo esercita a Varginha dal 1981 e ha accettato di ricevere Rodrigues solo inseguito all’insistenza di quest’ ultimo, e solamente all’evidente condizione che nulla nelle sue dichiarazioni venisse modificato o deformato. Quindi questa intervista è infarcita di termini tecnici che sono stati conservati nella loro integralità.

In fine, più che di una semplice dichiarazione, si tratta di un documento di estrema importanza. Il medico ha dichiarato di apprezzare l’ufologia e di conoscere anche la rivista UFO di cui approva l’aspetto serio, cosa che è stata favorevole nel fargli accettare di incontrare Rodrigues.
L’ufologia brasiliana è enormemente in debito con Ubirajara Rodrigues per essere stato “Il” grande responsabile di quasi tutto ciò che si conosce su uno dei casi ufologici più straordinari di tutti i tempi, ancor più importante del celebre “Caso ROSWELL”. Il nostro debito verso di lui aumenta ogni giorno assieme all’ostinazione di cui da prova questo avvocato che continua a mantenere la pressione sul “Caso Varginha”.


A.J.Gevaerd, editore


Qual è la causa della morte del poliziotto Marco Eli Chereze?

Intervista concessa dal medico cardiologo Cesário L. Futardo al corrispondente del Brazilian UFO Magazine Ubirajara Franco Rodrigues


Ubirajara Franco Rodrigues- Dottor Futardo, vorrei che mi raccontasse qual è stato il suo ruolo nel trattamento del poliziotto Chereze negli ospedali di Varginha, nel 1996.


Cesário L. Futardo- Il poliziotto Marco Eli Chereze è stato ricoverato nel dipartimento di “Prontomed” dell’ Hospital Regional dal mio collega Armando Martins Pinto il 12 febbraio 1996. E’ entrato a causa di un intenso dolore nella regione lombare e Armando aveva ritenuto preferibile trattenerlo in ospedale; così lo ha indirizzato verso l’ospedale di Bom Pastor. Lì, appena arrivato, è stato preso in cura dal dottor René, titolare del dipartimento di cardiologia, che ordinò degli esami. Il giorno seguente fu da noi nominato precettore clinico dell’ospedale di Bom Pastor. Abbiamo rinnovato la richiesta di esami, perché Chereze continuava a soffrire nella regione lombare. Abbiamo fatto fare le analisi delle urine, radiografie della colonna vertebrale, della regione lombare e dell’osso sacro, oltre ad un’analisi dall’ortopedico, perché il dolore era forte e sospettavamo la presenza di un’ernia al disco.


R.- Questo è successo all’ospedale Bom Pastor. La prima volta che vi ci siete recato, che cosa avete pensato di questo istituto?

F.- Questo. Il dottor Rogéiro Ramos si occupò della parte ortopedica dello stato del paziente e ci confidò che non c’era alcuna alterazione e che il problema non veniva da lì. Ci disse anche che dovevamo continuare le ricerche sulla causa del dolore e della febbre che aveva cominciato a venirgli quel giorno stesso. Gli esami del sangue arrivati nel pomeriggio mostravano un emogramma con leucocitosi, una deviazione a sinistra e delle granulazioni tossiche nei neutrofili. Questo era segno di una grave infezione che molto probabilmente avrebbe potuto provocare un avvelenamento (tossiemia) – a causa della presenza di granulazioni tossiche. Abbiamo allora proceduto alla somministrazione di due antibiotici: penicillina e gentamicina, perché pensammo che potesse trattarsi di polmonite, data la localizzazione del dolore, o anche un’infezione urinaria. Gli abbiamo dunque somministrato degli antibiotici validi per entrambe le possibilità. Il suo caso fu nuovamente valutato il 13 febbraio: stesso stato.

R. – Sempre all’ospedale di Bom Pastor?

F. – Sì, all’ospedale di Bom Pastor. Il giorno seguente, il 14 febbraio trascorse la giornata con febbre e dolori, ma ad un livello accettabile. Questo fino al 15 mattina, in cui si svegliò in preda alla fatica, al torpore e con dei segni di cianosi (colorazione bluastra della pelle dovuta ad una mancanza d’ossigeno – Ndt). Questi sintomi tendevano a confermare un avvelenamento generale veicolato dal sangue, con un possibile sfogo in setticemia. Venne allora immediatamente trasferito al CTI dell’ Hospital Regional, dove fu ricoverato e messo sotto terapia.

R. – Questo significa che fino al trasferimento al CTI dell’ Hospital Regional non era trascorso che il tempo d’accoglienza del “Prontomed”?

F. – Sì. Ascolti, il “Prontomed” è un posto d’urgenza con dei medici specializzati nei casi d’urgenza, per i privati e per le persone che hanno una convenzione speciale (come i militari, ad esempio – Ndt). Dal momento che beneficiava di una convenzione di polizia, fu ricoverato lì.

R. - Avete sottolineato il momento in cui venne trasferito al CTI del Regional.

F. – Sì, assolutamente. Lì, uno dei primi esami richiesti fu quello del HIV, perché il paziente sembrava soffrire di una deficienza immunitaria e di una semplice infezione urinaria o di una polmonite – o entrambe – ma questo non avrebbe portato il paziente ad una setticemia, dal momento che era sotto due antibiotici. Questo è quasi impossibile e non succede se non nei casi gravi d’immunodeficienza, e la più frequente al giorno d’oggi, soprattutto tra i giovani e i celibi, è l’AIDS. Ma l’esame si rivelò negativo. Marco non era portatore di AIDS. …/… Al CTI, morì dopo qualche ora, il suo stato si aggravava incessantemente, nonostante l’assunzione d’antibiotici sin dalle prime ore di ricovero in ospedale.

R. – Ci dica qualcosa di più sul suo stato clinico.

F. – Il suo stato settico peggiorò nonostante gli antibiotici. Marco non presentava alcun miglioramento, nonostante tutti i rimedi terapeutici che potevano essergli somministrati sul momento. Fu allora che il suo stato intrigò tutti e che il suo corpo fu in seguito sottoposto ad autopsia. Non è stato dimostrato che soffrisse di un’infezione urinaria… /… Eppure, la cultura delle sue urine ordinata dall’ospedale di Bom Pastor, e che non era ancora arrivata, confermò l’infezione. Soffriva anche di un’infezione polmonare: una leggera polmonite. L’infezione urinaria fu, a mio avviso, ciò che causò la setticemia, perché l’infezione polmonare era talmente minima che non avrebbe potuto essere responsabile di questo stato.

R. – Quale fu la reazione dei parenti del poliziotto quando appresero del suo decesso e subito dopo questo?

F. – Dopo qualche giorno, i parenti di Marco, soprattutto sua sorella, mi chiamarono e mi dissero che avevano la proibizione di parlare. Aggiunsero che il ragazzo, qualche giorno prima di questo evento nel corso del quale si diceva che sarebbero stati visti degli extraterrestri a Varginha, era stato uno dei militari che avevano partecipato alla cattura di questi extraterrestri. Mi dissero anche che, durante questa operazione, era stato ferito all’ascella sinistra – se non mi sbaglio, a sinistra, o nel braccio poco sotto l’ascella – cosa che generò un ascesso. Il drenaggio dell’ascesso venne fatto all’ospedale Bom Pastor.

R. – Che importanza ha avuto questo ascesso nella morte di Marco Eli Chereze?

F. – All’epoca del suo ricovero in ospedale, questo ascesso era praticamente guarito, non c’erano più perdite e l’ascesso non era più aperto. In seguito, i suoi parenti decisero ugualmente di aprire un processo contro il medico che aveva curato l’ascesso, dicendo che quest’ultimo doveva aver commesso un errore nel momento del drenaggio (o che l’aveva effettuato senza precauzioni sufficienti), cosa che avrebbe potuto causare le infezioni. Ma non c’è niente di vero in tutto questo, perché il batterio trovato nell’ascella al momento dell’operazione non era lo stesso di quello trovato nei reni – che fu responsabile dell’infezione urinaria – né nei polmoni. Si trattava di altri batteri completamente diversi. Quello trovato nel suo braccio era uno stafilococco, che è comune nella pelle, e qualsiasi infiammazione del pelo, piccola infiammazione della pelle o qualche piccolo brufolo possono esserne responsabili. Dunque il drenaggio venne eseguito correttamente, senza alcun effetto secondario. Ma i parenti lo sommarono al fatto che la polizia militare aveva nascosto la cattura della creatura, secondo gli ordini dei superiori di questa stessa polizia – e, secondo la sorella di Marco, anche i militari dell’esercito (Exército). Ella mi domandò se sapessi qualcosa a riguardo. Le risposi che ignoravo assolutamente tutto. Antônia mi disse di avere ordine di non fare commenti in materia. Ciò nonostante, con me li fece.

R. – Cosa pensò dell’atteggiamento della sorella di Marco, in quel momento?

F. – Pensai ad una sola cosa: che la causa del decesso di quel ragazzo – la causa mortis – non era stata chiarita. Come ho già detto, l’infezione sembrava relativamente semplice, e, qualche giorno prima, il ragazzo godeva di ottima salute, quella di qualcuno che non aveva mai avuto un passato che comprendesse una terapia difficile che avrebbe potuto giustificare un’anteriore immunodeficienza. Questa avrebbe potuto derivare da un’immunodeficienza congenita, ma non era il suo caso, altrimenti non sarebbe arrivato all’età di 23 anni pieno di salute.

R. – L’ipotesi secondo la quale Marco Eli Chereze avrebbe sofferto di un’immunodeficienza congenita e che avesse potuto, nonostante tutto, raggiungere i 23 anni con quella buona salute non le sembrava fondata?

F. – Beh, il rischio di morire in giovanissima età sarebbe stato molto superiore. Qualsiasi malattia può essere fatale per le persone che soffrono d’immunodeficienza. Non è possibile sopravvivere oltre una ventina d’anni senza contatto col minimo germe, soprattutto per qualcuno che soffre di questo tipo di immunodeficienza. Siamo tutti suscettibili di avere o meno un’infezione. Dipende dalla nostra resistenza. Chi soffre di immunodeficienza non è molto resistente (davanti alla malattia – Ndt). Dunque, lui non faceva parte di questa categoria, o non lo era al momento della sua morte. E’ per questo motivo che possiamo dire con certezza che la sua immunodeficienza fu acquisita. Come l’ha acquisita? Questo nessuno lo sa. Ripeto che la causa della morte non venne chiarita perché è evidente che non fu in conseguenza di una polmonite, né di un’infezione urinaria, né dell’ascesso che è deceduto. Attualmente, la causa la ignoriamo.

R. - Lei ha detto che la famiglia del giovane ha perseguito il medico suo collega, adducendo che avrebbe proceduto male al drenaggio dell’ascesso, e lei conferma che questa operazione venne eseguita all’interno dell’ospedale di Bom Pastor. E’ corretto? E’ questo medico che l’ha ricoverato a Bom Pastor, che si è occupato del suo caso in ospedale?

F. – Sì, lì a Bom Pastor , con un dossier completo. Non so perché il drenaggio venne eseguito utilizzando la convenzione tra Marco e il “SUS”, quando questo avrebbe potuto essere fatto attraverso la convenzione di cui beneficiava con la polizia. Ma optarono per il “SUS”.

R. – Si era creduto che il drenaggio fosse stato eseguito in una clinica del cartello.

F. – Lo hanno detto all’inizio i suoi parenti. Ma in seguito è stato provato che si sbagliavano. Non fu al cartello perché lì non avevano le possibilità materiali per procedere a questa operazione. Non avevano che un servizio di prontosoccorso dove avrebbe potuto essere ricevuto per una visita ambulatoriale, o anche venire informato dai medici di avere un ascesso e che avrebbe dovuto essere sottoposto all’ablazione, ma in un ospedale. Venne senza alcun dubbio ricoverato lì, ma solo per una visita, e non per la chirurgia del suo ascesso. Marco venne indirizzato verso i luoghi appropriati per farsi operare. E’ la sua famiglia che ha creduto di capire che fosse al cartello, ma si trattò di un equivoco.

R. – E’ stato solamente accolto alle urgenze la prima volta, ma non è stato ricoverato al Hospital Regional in quel momento?

F. – No. E’ stato solamente visitato. Non so perché sia stato indirizzato a Bom Pastor invece di restare al Regional. Forse perché al Regional non c’era più posto, o magari non era valida la sua convenzione. Non saprei dirvi. Può darsi che fosse a causa di queste due ragioni, perché non ne vedo altre (ride).

R. – Diversi medici hanno seguito il poliziotto Marco Eli Chereze, tra cui lei. Lei è stato il primo?

F. – No. Il primo è stato il dottor Armando. In seguito il dottor René, e poi io. Dopodiché è arrivato l’ortopedico, il dottor Lemos.

R. – Il dottor Armando è cardiologo, il dottor René, cardiologo e medico generico, e in più faceva parte dello staff dell’ospedale di Bom Pastor a quell’epoca, il dottor Rogéiro è ortopedico ma lei, per quale ragione è stato chiamato?

F. – In quanto precettore del soggiorno lì. Un precettore è una specie di coordinatore. Io ero precettore della cardiologia dell’Ospedale di Bom Pastor a quel tempo.

R. – Parliamo specificamente del dottor Rogéiro Lemos. Perché pensa che sia stato chiamato ad occuparsi del poliziotto?

F. – Perché soffriva molto e i suoi dolori erano fortissimi nella regione della colonna vertebrale. Io e René pensammo che ci occorresse la collaborazione di un ortopedico per affidargli il trattamento di un’ernia del disco o di qualsiasi altro problema ortopedico riguardo il nostro paziente. Lui (il dottor Rogéiro Lemos) scartò immediatamente la possibilità di un’affezione di origine ortopedica. Di conseguenza non ordinò alcuna terapia.

R. – E’ proprio il dottor Rogério che si è occupato di Marco Eli Chereze al Bom Pastor?

F. – Sì, al Bom Pastor. All’ospedale Regional il medico responsabile era il dottor Alberto Severo del Paiva, perché era lui quello di turno.

R. – Nell’emogramma inviato dal laboratorio di analisi cliniche di Bom Pastor, si dice nella sezione osservazioni: “Presenza di vacuoli citoplasmici. Presenza dell’8% di granuli tossici fini nei neutrofili. Discreta polichilocitosi”. Come si spiega, da medico, la presenza dell’ 8% di granulazioni fini nei neutrofili?

F. – Compaiono nei neutrofili di una persona che è vittima dell’aggressione di un batterio molto virulento. Questa provoca una zona di combattimento, chiamiamola così, che potrebbe arrivare al 50 o al 60%. Il dossier menziona l’8%, perché fa riferimento alla prima analisi del sangue. E già questo dimostra che c’è infezione, cosa che ci ha portato a prescrivere due antibiotici.

R. – Dunque, dottor Futardo, queste granulazioni segnalarono al medico la presenza di una grave infezione. Sono sempre presenti nei casi d’infezione?

F. – No, non sistematicamente. Però la loro presenza rivela un’infezione grave e importante.

R. – La loro presenza è molto comune o no?

F. – No, non è comune. Ma, nei casi gravi, è molto frequente. In tutte le infezioni più gravi, c’è sovente la possibilità di incontrarli in una percentuale che va dal 5 al 50% e persino di più.

R. – Negli ambienti ufologici, quando alcuni ricercatori leggeranno quest’ affermazione riguardo i risultati dell’emogramma, interpreteranno che questo 8% di granulazione tossica era una cosa sconosciuta, la presenza di una nuova sostanza o ancora qualcosa d’altro.

F. – No, niente di tutto questo, assolutamente. Come ho già detto, queste non compaiono in altre infezioni, ma sono frequenti nelle infezioni gravi.

R. – Dottor Césario, i profani interpretano i documenti dell’inchiesta della polizia, i rapporti medici e quelli di laboratorio, ecc… come se i medici che hanno curato il poliziotto Marco Eli Chereze fossero stati indecisi nelle loro diagnosi. Si direbbe che, in realtà, ignorassero ciò di cui lui soffriva, sottoponendolo a terapie per tre o quattro mali diversi.

F. – Quando arrivò all’ospedale, aveva un dolore che non era molto ben definito o che non era molto caratteristico di un’infezione urinaria, di una polmonite o di un’ernia al disco. All’apparizione della febbre, e quando scoprimmo l’alterazione dell’emogramma, divenne evidente che si trattava di un’infezione. Ma dov’ era localizzata? Dal momento che il dolore era situato nella regione lombare, avrebbe potuto provenire dai reni o dai polmoni.Ventiquattro ore dopo la sua entrata in ospedale, Marco era sotto terapia per queste due infezioni. Nel corso dell’autopsia, il tipo d’infezione fu confermato. Fino ad oggi, non abbiamo alcuna prova, solamente delle ipotesi. Per la terapia, la parte ortopedica venne abbandonata. In queste terapie, quando arriva il paziente, la diagnosi non è sempre chiara. Ci sono numerose ipotesi.

R. – Era allora privilegiata l’infezione urinaria?

F. – Prevaleva, un’infezione renale alla base, in virtù della presenza del batterio “enterobatterio”. Quindi, dal momento che ho parlato di immunodeficienza, è importante notare che, in meno di 20 giorni, tre batteri hanno attaccato il poliziotto. TRE! Che è una cosa molto rara nel mondo. Un’infezione urinaria, della gola o della pelle è una cosa normale per un giovane di 23 anni. Ma TRE batteri? Uno di questi si trovava nel braccio qualche giorno prima, ma guarì. In seguito venne l’infezione urinaria con questo “enterobatterio” che è stato, ugualmente, possibile eliminare. Ma c’era anche un’infezione polmonare, sì, un altro batterio.

R. – Il batterio al polmone non era importante?

F. – Marco non aveva già più difese immunitarie. In tal caso, qualsiasi tipo di batterio può impossessarsi della persona. Il batterio presente nell’ascella era già distrutto ed era scomparso. Quando è stato ricoverato, non ve n’era già più traccia, giusto una cicatrice.

R. - Potrebbe essere stato questo batterio ad ucciderlo?

F. – No. Perché è un altro batterio ad essere stato trovato. Quello scoperto nell’ ascella era uno e quello dell’ infezione urinaria era un altro. Il primo scoperto nella pelle soltanto, che è il suo ambiente normale.

R. - Questo “enterobatterio” può essere acquisito per via cutanea, attraverso una qualsiasi lesione?

F. – No. Non è frequente. Gli enterobatteri sono dei batteri che vivono negli apparati digerenti e urinari, e anche nella gola o nella faringe. A patto che restino in equilibrio, non causano infezioni. E’ solo in caso di una debolezza dell’organismo e che moltiplicano e passano all’azione.

R. – Durante tutto il tempo in cui lei ha seguito il poliziotto, ha notato, sia al Bom Pastor che al Regional , la presenza di qualche medico sconosciuto, dall’esterno?

F. – No, non ho notato. Non ho visto neanche i superiori di Marco Eli Chereze, sia della polizia che dell’esercito (Exército). Non mi hanno cercato, neanche per avere la minima informazione sul ragazzo, durante i due o tre giorni.

R. – In quei giorni, chi si è occupato del poliziotto?

F. – Non ne so niente, perché al momento del suo ricovero, non ho incontrato nessuno della famiglia. E dal momento lo si credeva in un ambiente riservato, non avevamo contatti con terzi. Né coi militari.

R. – Lei ha affermato che un membro della sua famiglia le aveva detto che desiderava sapere in cosa consistesse la sua malattia, poiché il poliziotto aveva partecipato alla cattura di qualcosa di strano. Questo le è stato detto prima o dopo la sua morte?

F. – Qualche giorno dopo, quando il suo decesso era ancora recente. Non mi ricordo molto bene, ma sua sorella era terribilmente shockata e venne a parlare con me.

R. – Il batterio che avete menzionato e che può essere acquisito attraverso la pelle, può essere mortale?

F. – Può. Se qualcuno prende una polmonite con degli stafilococchi, o anche un’infezione urinaria con degli stafilococchi, questa persona può morire. Se la persona soffre di immunodeficienza, qualsiasi batterio può ucciderla.

R. – Nell’inchiesta sul decesso di Marco, c’è la deposizione di un dermatologo. Questi parla di un’infezione del sangue nella quale i globuli rossi sarebbero stati attaccati dai globuli bianchi. Questo 8% dell’ esame del sangue, come sostenuto dal dermatologo, avrebbero potuto denotare un contagio, attraverso la pelle, di un’eventuale sostanza tossica che avrebbe attaccato i suoi globuli rossi. Cosa ne pensa?

F. – Non c’entra niente. Non c’è relazione tra questi elementi. Il rapporto dice anche che avrebbe potuto trascorrere qualche giorno prima che il processo si concretizzasse, ma una volta comparso, é folgorante – questo non corrisponde alla verità. Al contrario. Se comparisse un contagio in questo modo, attraverso la pelle, saremmo decimati in modo folgorante tutti i giorni.

R. – Siete riuscito a vedere il corpo?

F. – No, no, non ho potuto. Non è normale. Dopo il decesso, portano il corpo affinché si proceda all’autopsia e non c’è alcun altra procedura. Dopo il decesso della persona, si avvisa la famiglia – e nel caso in questione non fui io ad esserne incaricato, perché quando lo hanno portato al CTI, ho trasferito le mie responsabilità ad un altro medico del CTI:


R. – Al CTI, che aspetto aveva?

F. – Dopo l’ospedale di Bom Pastor, lo stato di Marco peggiorò con una mancanza d’aria, una setticemia e una cianosi. Soffriva anche di confusione mentale e la sua pressione cominciava ad abbassarsi. Presentava uno stato delirante. Ma non ho fatto caso se, in uno stato come il suo in quel momento, parlasse di cose importanti o meno.

R. – La famiglia pensò di far procedere all’esumazione del corpo?

F. – No, non che io sappia. Perché, nonostante l’immunodeficienza non fosse stata provata, non è un’esumazione che ne avrebbe fornito la prova. La “causa mortis” immediata venne confermata. Ciò che causò la morte, nell’istante in cui è subentrata. Detto questo, quello che l’ha provocata non venne chiarito. Si tratta di un’immunodeficienza, sicuramente. L’attacco di tre batteri in un tale spazio temporale, in due posti diversi dell’organismo, è una cosa difficile (enfatico).

R. – Il medico che firma il certificato di decesso indica anche ciò che è stato fatale, per questa persona, come causa immediata, non è vero?

F. – Sì. Se il medico conosce la causa iniziale del decesso, l’annota sul certificato di decesso, ma nel caso di Marco, non c’era il minimo elemento che permettesse di garantire qualsiasi cosa. E’ per questo che la causa del decesso non venne scritta sul rapporto.

R. – All’epoca degli avvenimenti, in quale istituto lavorava di più?

F. – Non ero più di frequententemente in uno piuttosto che in un altro. Il nostro statuto presupponeva che facessimo degli stages a Bom Pastor o al Regional, in genere un mese in uno e un mese nell’altro. Mi spostavo spesso nei due istituti.

R. – Si recava in questi ospedali per diverse ore o diversi giorni?

F. – Andavo tutte le mattine a Bom Pastor. Al Regional , non avevo lavorato quel mese di gennaio del 1996. Il mio “contratto” era con il Bom Pastor , e un altro mese, mi sarei eventualmente recato al Regional. All’ospedale Humanitas veniva deciso col medico se internare un paziente o meno, e non mi ricordo che ce ne fossero. Ero di turno al CTI (urgenze) dell’ospedale Humanitas, ma lì, ce n’è uno ogni dieci giorni. Io non ho ma i visto niente…

R. – Senza voler estrapolare la finalità di questa intervista, e restando inerenti ai fatti, lei ha osservato un qualsiasi movimento diverso all’epoca, in uno o l’altro di questi ospedali?

F. – Ho sentito parlare di molte cose, ma non ho assistito ad alcun movimento particolare. Ma le voci viaggiavano veloci per tutta la maternità dell’ospedale Regional , ed io non ci ho mai lavorato perché non ero ostetrico. Inoltre, il reparto maternità era un po’ separato, e la porta d’entrata e il resto ben in disparte. All’ospedale Humanitas, dove ho lavorato anche, all’epoca, non ho notato niente. Né commenti tra i medici, le infermiere o i funzionari.

R. – E’ chiaro che la domanda seguente non riguarda una sua responsabilità, ma può dirci, dovendo tenere un “materiale” come quello che riguarda il caso Varginha all’ospedale Regional, dove lo si sarebbe tenuto, affinché nessuno ne fosse al corrente?

F. – Ascolti, è difficile, perché in tutte le camere come queste, quando sono chiuse, nessuno può entrare. Ci sono delle ale e delle camere che sono riservate, come alla maternità.

R. – La maternità del Regional ha un’ala riservata?Come funziona?

F. – In basso, c’è un centro ostetrico e un’ala riservata. Questa serve per i pazienti affetti da infezione e quelli contagiosi, e lì non entrano se non i responsabili e gli infermieri. Normalmente i parenti non avevano l’autorizzazione ad entrare, ma avevano diritto alle visite nelle ore previste, in una sala vicina. L’entrata è la stessa di quella dell’ospedale. In altri tempi, gli ospedali avevano anche dei locali d’isolamento, ma nel 1996, non ve n’erano più.

R. – E all’ospedale Humanitas?

F. – A quel tempo, Humanitas aveva poco movimento e molte sale inattive, compresa la parte in basso.

R. – Dottor Césario, ogni grande ospedale deve possedere un’ area riservata, delle sale d’isolamento o cose di questo genere?

F. – Una volta, sì. Oggi non più, ad eccezione degli ospedali per le malattie infetto-contagiose. Al CTI dell’ospedale Regional, ad esempio, c’è un appartamento che viene utilizzato obbligatoriamente per dei casi molto speciali.

R. – Cosa le sembrerebbe ancora interessante da dirci su questo episodio?

F. – Ascolti, c’è questa storia raccontata dalla famiglia (nota dell’intervistatore: a proposito della cattura di un essere), che io non conosco e di cui non so niente. Se è stata costruita una storia attorno a questo avvenimento, non si sa. Ma se analizziamo bene il modo in cui le cose sono successe, non troviamo nessuna spiegazione razionale riguardo alla morte del ragazzo. Che l’abbia acquisita attraverso questo contatto, o per una ferita che aveva sulla pelle, una qualsiasi cosa che avrebbe avuto ragione della sua resistenza in maniera fulminea. Perché è stato terribilmente rapido, capisce? Le garantisco che nessun ascesso provoca un’immunodeficienza. Un ascesso può essere la causa di una setticemia, ma questa non uccide nessuno. Di conseguenza, qualsiasi antibiotico ne viene a capo. Non fu questo il caso. Non è il batterio entrato dal braccio che provocò l’infezione.

R. – A meno che non si sia trattato di un batterio totalmente sconosciuto, che è poco verosimile?

F. – Sì. Beh, se parlassimo di qualcosa di completamente sconosciuto, è evidente che sarebbe impossibile arrischiare delle congetture. Non c’è alcuna risposta possibile. Ora, può darsi che qualcosa fosse penetrato all’interno del suo organismo, anche qualcosa di sconosciuto, che l’avrebbe privato del suo sistema immunitario? Questa è un’altra domanda senza risposta.

R. – Saprebbe dirci che cosa potrebbe provocarlo, ad esempio?

F. - Non lo so. Potrebbe essere un “veleno” iniettabile, un’infezione nella pelle ferita, al viso o al piede. Potrebbe essere una ferita causata da un chiodo, che provocherebbe il tetano, ecc. Ma il tetano, lo conosciamo. Una miriade di cose, potrei dire, e lo dico solo per enumerare qualche esempio di quello che avrebbe potuto contaminare il ragazzo e privarlo della sua resistenza immunitaria. Ripeto di aver detto “POTREBBE”.

R. – Mi sta dicendo che la morte di Marco Eli Chereze fu una morte strana?

F. – Una morte strana e senza spiegazioni razionali. Nel corso della mia vita professionale, ho già visto due persone di all’incirca 25 anni morire così di un’infezione, ma in entrambi i casi eravamo al corrente delle loro deficienze immunitarie. E tutti e due, se ricordo, avevano subito l’ablazione della milza (splenectomia) in seguito ad un incidente passato. Dopo un po’, questo causa un’immunodeficienza. In tal caso, la persona può morire velocemente se si trova nelle condizioni di una setticemia. Ma, ancora una volta, non fu questo il caso.

Cesário Lincoln Futardo

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Il caso Punta Raisi

Il pilota civile Vincenzo Garofalo dichiarò di aver fotografato il 3 settembre 2006, nei pressi di Punta Raisi, con la macchina fotografica digitale, un presunto UFO.
L’ immagine venne diffusa per la prima volta nel settembre 2008 su Raidue, in un programma mattutino in cui si parlava della vicenda di Caronia, in Sicilia, ove avvennero combustioni in varie abitazioni non ancora spiegate dai ricercatori...>>>CONTINUA

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Il Giovedì del Mistero
giovedì 9 aprile 2009
21.00 - 23.55
La SACRESTIA (saletta riservata)
via Ascanio Sforza angolo via Conchetta, MILANO
(zona Naviglio Pavese)


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Col de Vence,il video della nota località nel sud della Francia dove da molti anni si segnalano fenomeni  anomali di luce.
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Conferenza
 di Anna Maria Mandelli

(Sentinel Italia)

Organizzato dall' Associazione LineaCultura di Massimo Garbarino
"I VENERDI DEL MISTERO" - Palazzo Robellini , Piazza A. Levi  - ACQUI TERME   Venerdi 5 dicembre 2008    ore 21.30   Ingresso libero
Per info: Uffico Cultura 0144/770272




Sono passati quasi 700 anni e per molti è una leggenda. L'eroica storia di una pastorella (forse) che guidata da voci ultraterrene salvò una nazione!  Ma questa storia è soltanto l'ombra della verità...   Giovanna morì da eretica e peccatrice, vivrà in eterno, vittoriosa sulle forze del male che la uccisero; simbolo di verità, di coraggio e oggi arde ancora il suo rogo..."

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E' online la terza ed ultima parte della relazione "Intelligenze altre"

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Prossimamente il nuovo numero del 2009
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COMUNICATO del 06 10 2008

COMMISSIONE ESECUTIVA SENTINEL ITALIA



OGGETTO : Codice Deontologico

In data 5 ottobre 2008, il Presidente di Sentinel Italia Paolo Bolognesi, ha chiesto formalmente, a norma dell'art. 3 (sezione: Generalità) del Codice di Comportamento adottato da Sentinel ITALIA (versione concordata dai membri fondatori della UFOIN nel 1999), di sottoporre all'attenzione della Commissione una sua "presunta infrazione", contestata su di un Forum di discussione ufologica....>>>CONTINUA




PER NON DIMENTICARE
11 Settembre 2001
Per trovare un barlume di verità bisogna andare indietro nel tempo cercando di capire le origini, e guardando oltre l'orizzonte una luce veritiera si scorgerà.
"Perchè è accaduto?"
(Prossimamente su Sentinel Italia)






STRISCIA LA NOTIZIA in Camera di Commercio di Trieste - BLOG PILOTATI E CACCIA ALLE STREGHE IN ITALIA :
LA QUESTIONE DELLA TARGA ENIGMATICA

Dr. Mario Zandegiacomo

Premetto, innanzitutto, che ciò di cui scriverò riguarda le vicissitudini di un’ azienda di nuovissima costituzione, aprile 2007, che si è trovata ad essere bersaglio di parte del mondo scientifico, del CICAP, di Striscia la Notizia e di un blog attivo per oltre 3 mesi, oltre che di minacce personali, per il solo fatto di possedere una tecnologia di deumidificazione delle murature assolutamente non invasiva ed adatta a grandi opere ( dunque alla totalità del patrimonio artistico italiano ed estero ) talmente innovativa, da averla portata ad un passo dalla vittoria nella Start Cup 2007, indetta dall’ Università degli studi di Trieste. Però, lo ricordiamo, sempre di un sistema di deumidificazione si tratta e non di qualcosa di strategico riguardante la difesa della Terra dagli attacchi di esseri alieni !....>>>CONTINUA





Dr. Massimo Teodorani, Ph.D.
Astrofisico


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 Caso Varginha: nuove rivelazioni - 05 2004 Riduci

Caso Varginha: nuove rivelazioni sulla cattura e
le cure mediche delle creature aliene in Brasile, nel 1996.

Articolo di Ubirajara Rodrigues
Pubblicato sul Brasilian UFO Magazine nel giugno 2004 e divulgato da A.J.Gevaerd.
Traduzione dall’inglese di Lavinia Pallotta ( Sentinel Italia - Gruppo Camelot )
Per la versione originale visitare il sito: http://www.casovarginha.com.br
 

Nel 1996, a Varginha, una cittadina brasiliana nello stato di Minas Gerais ha avuto luogo uno dei casi più emblematici, più discussi e meglio documentati della storia dell’ufologia, grazie anche alle decine e decine di testimoni tra la popolazione civile, il personale medico e militare coinvolti, molti dei quali hanno rilasciato dichiarazioni firmate, mai ritrattate. Sul caso Varginha, nonostante le numerose e scrupolissime indagini, non è ancora stato detto tutto, e sempre nuovi elementi sembrano venire alla luce. Elementi che, com’è comprensibile, stanno facendo nascere ulteriori, accese discussioni.
Riportiamo, in anteprima per l’Italia, la prima parte di quelle che sembrano “nuove rivelazioni” sul Caso Varginha, con la promessa di pubblicarne a breve molte altre ancora più particolareggiate.

 

Dopo 8 anni dagli episodi principali del Caso Varginha, le previsioni secondo cui la quantità di informazioni col tempo sarebbe considerevolmente aumentata, hanno trovato conferma. Ad ogni modo, come in tutti i casi simili, la quantità d’informazioni rende difficile stabilire delle certezze. Sappiamo che i fatti sono provati dai testimoni, ma le complicazioni che sorgono dai resoconti umani trasformano qualsiasi indagine in una sfida alla ricerca della verità. Tra i molti aspetti coinvolti in questo processo, dovremmo considerare quello emotivo, che può produrre una serie di dichiarazioni lontane dall’obiettività necessaria per arrivare alla verità.

Considerando che un’esperienza insolita spinge le persone a fornire la propria interpretazione influenzata da convinzioni e orientamenti che derivano dall’ambiente sociale di appartenenza, solo la ricerca condotta direttamente nei luoghi e nelle situazioni in questione, ci permette di avere delle conferme. Tra le dichiarazioni credibili – anche se dipendenti dalle analisi basate su un più ampio insieme di dati o prove rare – dovremmo indicare quelle di individui provenienti dall’ambiente dove si suppone siano avvenuti i fatti.


Testimoni Militari

All’inizio del 2003 si è recato a Varginha Roger Leir, ufologo statunitense e medico rinomato, la cui esperienza di più di 50 anni come ricercatore UFO lo ha portato ad occuparsi di casi diversi, come quello degli impianti che si suppone fatti attraverso interventi chirurgici alieni. Questa visita è stata un’opportunità per verificare l’effettiva esistenza di alcuni testimoni segreti del Caso Varginha, com’è sempre stato sostenuto dai ricercatori sin dal 1996. Questo lo si vide nel 1997 quando rappresentanti della stampa locale e nazionale vennero scelti per visionare – dietro impegno etico di assoluta segretezza – due interviste registrate in video di testimoni militari che avevano preso parte all’evento.

Allo stesso tempo si potrebbero non considerare come prove delle affermazioni date in segreto – di conseguenza di scarso o nessun valore -, è essenziale provare alla popolazione e agli studiosi in generale, che queste testimonianze esistono veramente. E’ con questo obiettivo che Roger Leir è stato condotto nell’ufficio del collega – un rinomato medico di Varginha con più di 30 anni di esperienza, appartenente a una delle famiglie più storiche della regione. Chiamato dall’ufologo statunitense “Dottore”, questi ha accettato di ricevere Roger Leir, dopo una naturale esitazione, per confermare ciò che aveva visto nel gennaio del 1996, dentro un’apposita stanza del Hospital Regional, a sud di Minais Gerais. In più di 3 ore di colloquio, Roger Leir ha ascoltato dal collega brasiliano la conferma della cattura di una seconda creatura di aspetto insolito. Il “Dottore” ha rivelato un nuovo dettaglio sconosciuto ai ricercatori fino a quel momento.

Secondo il “Dottore”- che rifiuta di rivelare il suo vero nome - il corpo presentava ferite di diverso tipo e grado. Ha affermato di essere stato chiamato d’urgenza dal personale militare responsabile della custodia della creatura e ha descritto il proprio stupore di fronte a qualcosa di mai visto o sentito prima. Quello che ha riportato riguardo all’aspetto della creatura non è molto diverso dalle numerose descrizioni di altri testimoni, a differenza del fatto che, secondo quanto ha affermato, la creatura era sicuramente viva quando l’aveva vista.

Questa dichiarazione fa parte di una sempre più nutrita schiera di testimoni, incluso militari, ufficiali di polizia, medici, personale dell’ospedale, civili, ecc. Non dovremmo comunque dimenticare la necessità di selezionare le informazioni ottenute che a volte possono venire direttamente influenzate dal ricercatore. Ecco un esempio scelto proprio per enfatizzare la neutralità delle argomentazioni, così importante per la discussione in materia UFO e simili. Una delle procedure preferite dagli ufologi della cosiddetta “linea oggettiva” – non mistica – consiste nel focalizzare la propria attenzione sulle dihciarazioni libere dalle impressioni personali, specialmente quelle in cui i testimoni parlano delle proprie alterazioni emotive al momento dell’esperienza.


Il “Dottore” – che inizialmente aveva insistito essere stato chiamato dai militari, al suddetto ospedale, un suo collega – ha ammesso poi di essere lui il medico in questione e ha deciso di fidarsi del suo collega statunitense, raccontandogli ogni cosa. Il “Dottore” è rimasto colpito e nel fornirci un nuovo dettaglio sul caso, con un’espressione di serietà sul viso, ha detto che mentre stava tentando di esaminare le ferite dell’essere aveva sentito, all’improvviso “come se le mie mani fossero automaticamente guidate” e “era come se la luce fosse ingiallita improvvisamente” e “la mia percezione fosse in qualche modo aumentata”. Queste sono trascrizioni di quello che ha detto.


Il “Dottore” ha sostenuto anche che non era in grado di capire la costituzione fisiologica del corpo che stava esaminando, per quanto fosse antropomorfo, con testa, busto e arti. Il “Dottore” non ha udito alcun suono emesso dalla creatura né ha menzionato la famosa “sottile lingua biforcuta” riportata da altri testimoni medici e militari. Ha affermato di aver visto dei lenti movimenti, che provavano fosse ancora viva, ma non ha voluto dire se stava respirando.

Ecco un esempio delle difficoltà che si riscontrano in simili testimonianze. Non sappiamo fino a che punto l’impatto psicologico e le alterazioni emotive di un professionista di fronte all’ignoto potrebbero influenzarlo tanto da provocargli sensazioni insolite. Per ovvie ragioni simili alterazioni potrebbero capitare più facilmente a persone con conoscenze tecniche e raffinata cultura. Il contatto con una situazione non spiegabile attraverso assunti accademici provoca un’accentuata sensibilità che può raggiungere simili shock. Ragion per cui le impressioni riportate potrebbero esserne una semplice conseguenza. Sarebbe assurdo considerare il particolare di una presunta interazione psichica tra la creatura e il medico come un segnale effettivo di un’intelligenza dell’essere o – ancora più assurdo – che il “Dottore” fosse in contatto con qualcosa dotato di poteri telepatici o cose di questo tipo.. Dichiarazioni di questo genere, comunque, non sono insolite.

Complicazioni nella Ricerca

Col tempo si sono parzialmente soddisfatte speranze di nuove informazioni e ulteriori conferme sul Caso Varginha. Tuttavia c’è il rischio che queste ogni volta vengano caratterizzate da complicazioni. Per il momento, la più significativa di queste complicazioni è la negazione da parte delle autorità coinvolte sin dal principio, come l’esercito, gli ospedali e altro. Anche se abbiamo avuto accesso a rapporti dettagliati costituiti da esami, analisi e dati completi riguardo il materiale conseguito dal caso, l’effettiva esistenza delle creature di Varginha, di cui si è parlato, potrebbe essere confermata solo con un’ammissione ufficiale. Finché questo non accadrà ufologi, ricercatori, scettici, http://www.casovarginha.com.br/ persone curiose e interessate potranno solo continuare a discutere sul caso.

[Si ringrazia A.J.Gevaerd per aver gentilmente acconsentito alla traduzione del testo.]


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