INTRODUZIONE
DI A.J.GEVAERD
Uno dei fatti più gravi – e più deplorevoli
– del Caso Varginha, è stata la morte, il 15
febbraio 1996, del caporale Maro Eli Chereze, che aveva
all’epoca 23 anni. Come sappiamo, faceva parte del
servizio segreto della Polizia Militare (P2) che ha partecipato
alla cattura della seconda creatura, la notte del 20 gennaio
1996. La notizia della sua morte si diffuse molto rapidamente,
nel corso dei primi mesi d’indagine, secondo altre
fonti, che rivelano che un poliziotto era morto a causa
di un’infezione generale dopo aver avuto un contatto
diretto con l’ET. Di fronte alla gravità della
situazione, il l’argomento venne trattato con estrema
prudenza dagli investigatori coinvolti nella ricerca, mentre
l’avvocato e consulente della rivista UFO - Ubirajara
Franco Rodrigues – era sempre alla ricerca di nuove
informazioni.
Rodrigues riuscì verificare, in comune, che un poliziotto
aveva trovato realmente la morte poco tempo dopo la cattura
delle creature. L’ufologo ottenne anche una copia
del registro dei decessi, tramite il quale riuscì
a localizzare la famiglia del ragazzo. Lo stesso testimone
che aveva avvertito i ricercatori della morte di Chereze,
dichiarò anche che la creatura, al momento della
cattura, aveva tentato una leggera reazione, obbligando
il poliziotto a toccarle il braccio sinistro senza i guanti.
Per alcuni suoi colleghi, sarebbe stato, in un modo o nell’altro,
contaminato.
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MARCO ELI
CHEREZE
La famiglia di Marco Eli Chereze riuscì a far aprire un’inchiesta
dal commissariato locale per stabilire eventuali responsabilità
mediche del suo decesso. All’epoca, queste ricerche parevano
destinate al fallimento, e invece sono tuttora in corso. I genitori
lo fecero perché, pochi giorni dopo il 20 gennaio, era comparso
un piccolo tumore, somigliante ad un foruncolo, sotto una delle
ascelle di Chereze. Questo tumore, secondo quanto apprendemmo all’epoca,
sarebbe stato velocemente estratto dal medico di servizio negli
stessi locali della caserma nella quale lui lavorava. Oggi sappiamo
che non accadde niente del genere. Ma ciò che più
attirò l’attenzione della famiglia del ragazzo, fu
la mancanza d’ informazioni sul suo stato di salute e, in
seguito, sulla sua tragica morte. Persino mesi dopo il suo funerale,
nessuno conosceva esattamente la ragione del suo decesso.
AUTOPSIA RIFIUTATA
Persino il commissario di Varginha che portò avanti l’indagine,
non riuscì ad assistere all’autopsia del ragazzo, nonostante
la sua insistenza presso il corpo di polizia nel quale aveva lavorato
Chereze.
Il mancato rilascio e/o la dissimulazione delle informazioni riguardanti
questo caso, furono un puro e semplice affronto alla famiglia di
Chereze e alle leggi della Nazione. Peggio ancora, un simile affronto
fu commesso dalla stessa Polizia Militare. Fu solo un anno dopo
l’avvenimento di Varginha, il 20 gennaio 1997, dopo che la
dissimulazione dei fatti era stata pubblicamente denunciata con
insistenza sia dagli ufologi che da tutta la stampa, che le cose
hanno cominciato a muoversi.
Tra i fatti più inquietanti messi in evidenza dai ricercatori
figurava, giustamente, l’assenza d’informazioni concernenti
il decesso di Chereze, l’elemento più importante del
rompicapo chiamato Caso Varginha. Così, a metà di
un incontro con la stampa il giorno del primo anniversario dell’evento,
i ricercatori denunciarono il silenzio e riuscirono a fare in modo
che la famiglia, il commissario e la stampa avessero finalmente
accesso al dossier dell’autopsia. Secondo quanto contenutovi,
il soldato Chereze sarebbe deceduto a causa di un’infezione
generalizzata. Il poliziotto sarebbe rientrato una certa notte,
dopo la cattura della creatura soffrendo di forti dolori alla schiena.
Dopo l’ablazione del tumore, avrebbe presentato un graduale
processo di paralisi e di febbre che, aggravandosi, l’obbligò
a recarsi all’ ospedale di Bom Pastor dove venne ricoverato
e praticamente isolato dalla sua famiglia per diversi giorni.
I parenti del poliziotto, in particolare sua sorella, Marta Antônia
Tavares, che si recava più frequentemente all’ospedale,
non riuscirono ad avere alcun contatto con lui ed ebbero molte difficoltà
ad incontrare il medico responsabile del trattamento; e fu ancora
molto più difficile per loro scoprire quale fosse la sua
malattia. Poco tempo dopo la sua entrata nell’ ospedale di
Bom Pastor, il poliziotto fu trasferito all’ospedale REGIONAL
do SUL de MINAS, anch’esso situato a Varginha, vale a dire
lo stesso dove avrebbe portato, nella notte del 20 gennaio, la creatura
catturata. Chereze fu condotto direttamente al centro di cure intensive
dell’istituto e preso in cura dallo stesso medico che oggi
rivela pubblicamente ciò che sa. E’ lì che Chereze
si è spento esattamente alle h. 11:00 del 15 febbraio, 26
giorni dopo il suo coinvolgimento con l’extraterrestre.
“Nonostante siano stati effettuati tutti i test e gli esami
possibili alla ricerca di un diagnostico, non è stato possibile
salvarlo in tempo” doveva dichiarare il commissario responsabile
dell’inchiesta nel corso della sua deposizione davanti al
giudice della “COMARCA”. Si è semplicemente scoperto
che i medici che si occupavano di Chereze all’epoca non avevano
la minima idea del modo di combattere la malattia che lo distruggeva.
Dopo che il decesso del ragazzo era stato svelato alla stampa presente
alla riunione del gennaio 1997 il comandante della Polizia Militare
dello stato di Minais Gerais smentì immediatamente i fatti,
compreso quello della presenza di Chereze che era in servizio in
quella notte del 20 gennaio. Ora, per coprire una storia assurda,
ne inventarono un’altra ancora più grossolana.
La famiglia di Marco Eli Chereze confermò che questi era
effettivamente in servizio quella notte. In più, non è
morto tutto solo a causa delle sue attività professionali
dopo il contatto con un alieno, ma la creatura che aveva catturato
morì anch’essa dopo il contatto, e molto più
rapidamente di Chereze. “Sembra chiaro che la morte del poliziotto
sia diventata l’elemento meno controllabile e più pericoloso
del processo di dissimulazione imposto dai militari dell’ESA
e dell’Esercito brasiliano, ha ammesso Marco Petit, co-direttore
della rivista UFO che partecipò attivamente all’inchiesta.
UN DOCUMENTO IMPORTANTE
Oggi tutto si conferma e si aggrava. In uno sforzo fuori dal comune
per un ufologo, sicuramente mosso dal desiderio di vedere la verità
messa a disposizione di chiunque, al prezzo di un considerevole
sforzo personale e professionale, l’avvocato Ubirajara Rodrigues,
originario di Varginha, “scopritore” del “Caso
Varginha” e colui che ha avvertito la stampa, è diventato
una sorta di direttore delle più importanti ricerche ufologiche
conosciute qui. E’ lui a presentarci delle nuove, inquietanti
rivelazioni.
…/…Quanto
segue rappresenta il testo integrale del colloquio che si è
svolto con il dottor Cesário Lincoln Futardo, cardiologo
ed esperto ufficiale della polizia. Il dottor Futardo esercita a
Varginha dal 1981 e ha accettato di ricevere Rodrigues solo inseguito
all’insistenza di quest’ ultimo, e solamente all’evidente
condizione che nulla nelle sue dichiarazioni venisse modificato
o deformato. Quindi questa intervista è infarcita di termini
tecnici che sono stati conservati nella loro integralità.
In fine,
più che di una semplice dichiarazione, si tratta di un documento
di estrema importanza. Il medico ha dichiarato di apprezzare l’ufologia
e di conoscere anche la rivista UFO di cui approva l’aspetto
serio, cosa che è stata favorevole nel fargli accettare di
incontrare Rodrigues.
L’ufologia brasiliana è enormemente in debito con Ubirajara
Rodrigues per essere stato “Il” grande responsabile
di quasi tutto ciò che si conosce su uno dei casi ufologici
più straordinari di tutti i tempi, ancor più importante
del celebre “Caso ROSWELL”. Il nostro debito verso di
lui aumenta ogni giorno assieme all’ostinazione di cui da
prova questo avvocato che continua a mantenere la pressione sul
“Caso Varginha”.
A.J.Gevaerd, editore
Qual è la causa della morte del poliziotto Marco Eli Chereze?
Intervista
concessa dal medico cardiologo Cesário L. Futardo al corrispondente
del Brazilian UFO Magazine Ubirajara Franco Rodrigues
Ubirajara Franco Rodrigues- Dottor Futardo, vorrei che mi raccontasse
qual è stato il suo ruolo nel trattamento del poliziotto
Chereze negli ospedali di Varginha, nel 1996.
Cesário L. Futardo- Il poliziotto Marco Eli Chereze è
stato ricoverato nel dipartimento di “Prontomed” dell’
Hospital Regional dal mio collega Armando Martins Pinto il 12 febbraio
1996. E’ entrato a causa di un intenso dolore nella regione
lombare e Armando aveva ritenuto preferibile trattenerlo in ospedale;
così lo ha indirizzato verso l’ospedale di Bom Pastor.
Lì, appena arrivato, è stato preso in cura dal dottor
René, titolare del dipartimento di cardiologia, che ordinò
degli esami. Il giorno seguente fu da noi nominato precettore clinico
dell’ospedale di Bom Pastor. Abbiamo rinnovato la richiesta
di esami, perché Chereze continuava a soffrire nella regione
lombare. Abbiamo fatto fare le analisi delle urine, radiografie
della colonna vertebrale, della regione lombare e dell’osso
sacro, oltre ad un’analisi dall’ortopedico, perché
il dolore era forte e sospettavamo la presenza di un’ernia
al disco.
R.- Questo è successo all’ospedale Bom Pastor. La prima
volta che vi ci siete recato, che cosa avete pensato di questo istituto?
F.- Questo.
Il dottor Rogéiro Ramos si occupò della parte ortopedica
dello stato del paziente e ci confidò che non c’era
alcuna alterazione e che il problema non veniva da lì. Ci
disse anche che dovevamo continuare le ricerche sulla causa del
dolore e della febbre che aveva cominciato a venirgli quel giorno
stesso. Gli esami del sangue arrivati nel pomeriggio mostravano
un emogramma con leucocitosi, una deviazione a sinistra e delle
granulazioni tossiche nei neutrofili. Questo era segno di una grave
infezione che molto probabilmente avrebbe potuto provocare un avvelenamento
(tossiemia) – a causa della presenza di granulazioni tossiche.
Abbiamo allora proceduto alla somministrazione di due antibiotici:
penicillina e gentamicina, perché pensammo che potesse trattarsi
di polmonite, data la localizzazione del dolore, o anche un’infezione
urinaria. Gli abbiamo dunque somministrato degli antibiotici validi
per entrambe le possibilità. Il suo caso fu nuovamente valutato
il 13 febbraio: stesso stato.
R. –
Sempre all’ospedale di Bom Pastor?
F. –
Sì, all’ospedale di Bom Pastor. Il giorno seguente,
il 14 febbraio trascorse la giornata con febbre e dolori, ma ad
un livello accettabile. Questo fino al 15 mattina, in cui si svegliò
in preda alla fatica, al torpore e con dei segni di cianosi (colorazione
bluastra della pelle dovuta ad una mancanza d’ossigeno –
Ndt). Questi sintomi tendevano a confermare un avvelenamento generale
veicolato dal sangue, con un possibile sfogo in setticemia. Venne
allora immediatamente trasferito al CTI dell’ Hospital Regional,
dove fu ricoverato e messo sotto terapia.
R. –
Questo significa che fino al trasferimento al CTI dell’ Hospital
Regional non era trascorso che il tempo d’accoglienza del
“Prontomed”?
F. –
Sì. Ascolti, il “Prontomed” è un posto
d’urgenza con dei medici specializzati nei casi d’urgenza,
per i privati e per le persone che hanno una convenzione speciale
(come i militari, ad esempio – Ndt). Dal momento che beneficiava
di una convenzione di polizia, fu ricoverato lì.
R. -
Avete sottolineato il momento in cui venne trasferito al CTI del
Regional.
F. –
Sì, assolutamente. Lì, uno dei primi esami richiesti
fu quello del HIV, perché il paziente sembrava soffrire di
una deficienza immunitaria e di una semplice infezione urinaria
o di una polmonite – o entrambe – ma questo non avrebbe
portato il paziente ad una setticemia, dal momento che era sotto
due antibiotici. Questo è quasi impossibile e non succede
se non nei casi gravi d’immunodeficienza, e la più
frequente al giorno d’oggi, soprattutto tra i giovani e i
celibi, è l’AIDS. Ma l’esame si rivelò
negativo. Marco non era portatore di AIDS. …/… Al CTI,
morì dopo qualche ora, il suo stato si aggravava incessantemente,
nonostante l’assunzione d’antibiotici sin dalle prime
ore di ricovero in ospedale.
R. –
Ci dica qualcosa di più sul suo stato clinico.
F. –
Il suo stato settico peggiorò nonostante gli antibiotici.
Marco non presentava alcun miglioramento, nonostante tutti i rimedi
terapeutici che potevano essergli somministrati sul momento. Fu
allora che il suo stato intrigò tutti e che il suo corpo
fu in seguito sottoposto ad autopsia. Non è stato dimostrato
che soffrisse di un’infezione urinaria… /… Eppure,
la cultura delle sue urine ordinata dall’ospedale di Bom Pastor,
e che non era ancora arrivata, confermò l’infezione.
Soffriva anche di un’infezione polmonare: una leggera polmonite.
L’infezione urinaria fu, a mio avviso, ciò che causò
la setticemia, perché l’infezione polmonare era talmente
minima che non avrebbe potuto essere responsabile di questo stato.
R. –
Quale fu la reazione dei parenti del poliziotto quando appresero
del suo decesso e subito dopo questo?
F. –
Dopo qualche giorno, i parenti di Marco, soprattutto sua sorella,
mi chiamarono e mi dissero che avevano la proibizione di parlare.
Aggiunsero che il ragazzo, qualche giorno prima di questo evento
nel corso del quale si diceva che sarebbero stati visti degli extraterrestri
a Varginha, era stato uno dei militari che avevano partecipato alla
cattura di questi extraterrestri. Mi dissero anche che, durante
questa operazione, era stato ferito all’ascella sinistra –
se non mi sbaglio, a sinistra, o nel braccio poco sotto l’ascella
– cosa che generò un ascesso. Il drenaggio dell’ascesso
venne fatto all’ospedale Bom Pastor.
R. –
Che importanza ha avuto questo ascesso nella morte di Marco Eli
Chereze?
F. –
All’epoca del suo ricovero in ospedale, questo ascesso era
praticamente guarito, non c’erano più perdite e l’ascesso
non era più aperto. In seguito, i suoi parenti decisero ugualmente
di aprire un processo contro il medico che aveva curato l’ascesso,
dicendo che quest’ultimo doveva aver commesso un errore nel
momento del drenaggio (o che l’aveva effettuato senza precauzioni
sufficienti), cosa che avrebbe potuto causare le infezioni. Ma non
c’è niente di vero in tutto questo, perché il
batterio trovato nell’ascella al momento dell’operazione
non era lo stesso di quello trovato nei reni – che fu responsabile
dell’infezione urinaria – né nei polmoni. Si
trattava di altri batteri completamente diversi. Quello trovato
nel suo braccio era uno stafilococco, che è comune nella
pelle, e qualsiasi infiammazione del pelo, piccola infiammazione
della pelle o qualche piccolo brufolo possono esserne responsabili.
Dunque il drenaggio venne eseguito correttamente, senza alcun effetto
secondario. Ma i parenti lo sommarono al fatto che la polizia militare
aveva nascosto la cattura della creatura, secondo gli ordini dei
superiori di questa stessa polizia – e, secondo la sorella
di Marco, anche i militari dell’esercito (Exército).
Ella mi domandò se sapessi qualcosa a riguardo. Le risposi
che ignoravo assolutamente tutto. Antônia mi disse di avere
ordine di non fare commenti in materia. Ciò nonostante, con
me li fece.
R. –
Cosa pensò dell’atteggiamento della sorella di Marco,
in quel momento?
F. –
Pensai ad una sola cosa: che la causa del decesso di quel ragazzo
– la causa mortis – non era stata chiarita. Come ho
già detto, l’infezione sembrava relativamente semplice,
e, qualche giorno prima, il ragazzo godeva di ottima salute, quella
di qualcuno che non aveva mai avuto un passato che comprendesse
una terapia difficile che avrebbe potuto giustificare un’anteriore
immunodeficienza. Questa avrebbe potuto derivare da un’immunodeficienza
congenita, ma non era il suo caso, altrimenti non sarebbe arrivato
all’età di 23 anni pieno di salute.
R. –
L’ipotesi secondo la quale Marco Eli Chereze avrebbe sofferto
di un’immunodeficienza congenita e che avesse potuto, nonostante
tutto, raggiungere i 23 anni con quella buona salute non le sembrava
fondata?
F. –
Beh, il rischio di morire in giovanissima età sarebbe stato
molto superiore. Qualsiasi malattia può essere fatale per
le persone che soffrono d’immunodeficienza. Non è possibile
sopravvivere oltre una ventina d’anni senza contatto col minimo
germe, soprattutto per qualcuno che soffre di questo tipo di immunodeficienza.
Siamo tutti suscettibili di avere o meno un’infezione. Dipende
dalla nostra resistenza. Chi soffre di immunodeficienza non è
molto resistente (davanti alla malattia – Ndt). Dunque, lui
non faceva parte di questa categoria, o non lo era al momento della
sua morte. E’ per questo motivo che possiamo dire con certezza
che la sua immunodeficienza fu acquisita. Come l’ha acquisita?
Questo nessuno lo sa. Ripeto che la causa della morte non venne
chiarita perché è evidente che non fu in conseguenza
di una polmonite, né di un’infezione urinaria, né
dell’ascesso che è deceduto. Attualmente, la causa
la ignoriamo.
R. -
Lei ha detto che la famiglia del giovane ha perseguito il medico
suo collega, adducendo che avrebbe proceduto male al drenaggio dell’ascesso,
e lei conferma che questa operazione venne eseguita all’interno
dell’ospedale di Bom Pastor. E’ corretto? E’ questo
medico che l’ha ricoverato a Bom Pastor, che si è occupato
del suo caso in ospedale?
F. –
Sì, lì a Bom Pastor , con un dossier completo. Non
so perché il drenaggio venne eseguito utilizzando la convenzione
tra Marco e il “SUS”, quando questo avrebbe potuto essere
fatto attraverso la convenzione di cui beneficiava con la polizia.
Ma optarono per il “SUS”.
R. –
Si era creduto che il drenaggio fosse stato eseguito in una clinica
del cartello.
F. –
Lo hanno detto all’inizio i suoi parenti. Ma in seguito è
stato provato che si sbagliavano. Non fu al cartello perché
lì non avevano le possibilità materiali per procedere
a questa operazione. Non avevano che un servizio di prontosoccorso
dove avrebbe potuto essere ricevuto per una visita ambulatoriale,
o anche venire informato dai medici di avere un ascesso e che avrebbe
dovuto essere sottoposto all’ablazione, ma in un ospedale.
Venne senza alcun dubbio ricoverato lì, ma solo per una visita,
e non per la chirurgia del suo ascesso. Marco venne indirizzato
verso i luoghi appropriati per farsi operare. E’ la sua famiglia
che ha creduto di capire che fosse al cartello, ma si trattò
di un equivoco.
R. –
E’ stato solamente accolto alle urgenze la prima volta, ma
non è stato ricoverato al Hospital Regional in quel momento?
F. –
No. E’ stato solamente visitato. Non so perché sia
stato indirizzato a Bom Pastor invece di restare al Regional. Forse
perché al Regional non c’era più posto, o magari
non era valida la sua convenzione. Non saprei dirvi. Può
darsi che fosse a causa di queste due ragioni, perché non
ne vedo altre (ride).
R. –
Diversi medici hanno seguito il poliziotto Marco Eli Chereze, tra
cui lei. Lei è stato il primo?
F. –
No. Il primo è stato il dottor Armando. In seguito il dottor
René, e poi io. Dopodiché è arrivato l’ortopedico,
il dottor Lemos.
R. –
Il dottor Armando è cardiologo, il dottor René, cardiologo
e medico generico, e in più faceva parte dello staff dell’ospedale
di Bom Pastor a quell’epoca, il dottor Rogéiro è
ortopedico ma lei, per quale ragione è stato chiamato?
F. –
In quanto precettore del soggiorno lì. Un precettore è
una specie di coordinatore. Io ero precettore della cardiologia
dell’Ospedale di Bom Pastor a quel tempo.
R. –
Parliamo specificamente del dottor Rogéiro Lemos. Perché
pensa che sia stato chiamato ad occuparsi del poliziotto?
F. –
Perché soffriva molto e i suoi dolori erano fortissimi nella
regione della colonna vertebrale. Io e René pensammo che
ci occorresse la collaborazione di un ortopedico per affidargli
il trattamento di un’ernia del disco o di qualsiasi altro
problema ortopedico riguardo il nostro paziente. Lui (il dottor
Rogéiro Lemos) scartò immediatamente la possibilità
di un’affezione di origine ortopedica. Di conseguenza non
ordinò alcuna terapia.
R. –
E’ proprio il dottor Rogério che si è occupato
di Marco Eli Chereze al Bom Pastor?
F. –
Sì, al Bom Pastor. All’ospedale Regional il medico
responsabile era il dottor Alberto Severo del Paiva, perché
era lui quello di turno.
R. –
Nell’emogramma inviato dal laboratorio di analisi cliniche
di Bom Pastor, si dice nella sezione osservazioni: “Presenza
di vacuoli citoplasmici. Presenza dell’8% di granuli tossici
fini nei neutrofili. Discreta polichilocitosi”. Come si spiega,
da medico, la presenza dell’ 8% di granulazioni fini nei neutrofili?
F. –
Compaiono nei neutrofili di una persona che è vittima dell’aggressione
di un batterio molto virulento. Questa provoca una zona di combattimento,
chiamiamola così, che potrebbe arrivare al 50 o al 60%. Il
dossier menziona l’8%, perché fa riferimento alla prima
analisi del sangue. E già questo dimostra che c’è
infezione, cosa che ci ha portato a prescrivere due antibiotici.
R. –
Dunque, dottor Futardo, queste granulazioni segnalarono al medico
la presenza di una grave infezione. Sono sempre presenti nei casi
d’infezione?
F. –
No, non sistematicamente. Però la loro presenza rivela un’infezione
grave e importante.
R. –
La loro presenza è molto comune o no?
F. –
No, non è comune. Ma, nei casi gravi, è molto frequente.
In tutte le infezioni più gravi, c’è sovente
la possibilità di incontrarli in una percentuale che va dal
5 al 50% e persino di più.
R. –
Negli ambienti ufologici, quando alcuni ricercatori leggeranno quest’
affermazione riguardo i risultati dell’emogramma, interpreteranno
che questo 8% di granulazione tossica era una cosa sconosciuta,
la presenza di una nuova sostanza o ancora qualcosa d’altro.
F. –
No, niente di tutto questo, assolutamente. Come ho già detto,
queste non compaiono in altre infezioni, ma sono frequenti nelle
infezioni gravi.
R. –
Dottor Césario, i profani interpretano i documenti dell’inchiesta
della polizia, i rapporti medici e quelli di laboratorio, ecc…
come se i medici che hanno curato il poliziotto Marco Eli Chereze
fossero stati indecisi nelle loro diagnosi. Si direbbe che, in realtà,
ignorassero ciò di cui lui soffriva, sottoponendolo a terapie
per tre o quattro mali diversi.
F. –
Quando arrivò all’ospedale, aveva un dolore che non
era molto ben definito o che non era molto caratteristico di un’infezione
urinaria, di una polmonite o di un’ernia al disco. All’apparizione
della febbre, e quando scoprimmo l’alterazione dell’emogramma,
divenne evidente che si trattava di un’infezione. Ma dov’
era localizzata? Dal momento che il dolore era situato nella regione
lombare, avrebbe potuto provenire dai reni o dai polmoni.Ventiquattro
ore dopo la sua entrata in ospedale, Marco era sotto terapia per
queste due infezioni. Nel corso dell’autopsia, il tipo d’infezione
fu confermato. Fino ad oggi, non abbiamo alcuna prova, solamente
delle ipotesi. Per la terapia, la parte ortopedica venne abbandonata.
In queste terapie, quando arriva il paziente, la diagnosi non è
sempre chiara. Ci sono numerose ipotesi.
R. –
Era allora privilegiata l’infezione urinaria?
F. –
Prevaleva, un’infezione renale alla base, in virtù
della presenza del batterio “enterobatterio”. Quindi,
dal momento che ho parlato di immunodeficienza, è importante
notare che, in meno di 20 giorni, tre batteri hanno attaccato il
poliziotto. TRE! Che è una cosa molto rara nel mondo. Un’infezione
urinaria, della gola o della pelle è una cosa normale per
un giovane di 23 anni. Ma TRE batteri? Uno di questi si trovava
nel braccio qualche giorno prima, ma guarì. In seguito venne
l’infezione urinaria con questo “enterobatterio”
che è stato, ugualmente, possibile eliminare. Ma c’era
anche un’infezione polmonare, sì, un altro batterio.
R. –
Il batterio al polmone non era importante?
F. –
Marco non aveva già più difese immunitarie. In tal
caso, qualsiasi tipo di batterio può impossessarsi della
persona. Il batterio presente nell’ascella era già
distrutto ed era scomparso. Quando è stato ricoverato, non
ve n’era già più traccia, giusto una cicatrice.
R. -
Potrebbe essere stato questo batterio ad ucciderlo?
F. –
No. Perché è un altro batterio ad essere stato trovato.
Quello scoperto nell’ ascella era uno e quello dell’
infezione urinaria era un altro. Il primo scoperto nella pelle soltanto,
che è il suo ambiente normale.
R. -
Questo “enterobatterio” può essere acquisito
per via cutanea, attraverso una qualsiasi lesione?
F. –
No. Non è frequente. Gli enterobatteri sono dei batteri che
vivono negli apparati digerenti e urinari, e anche nella gola o
nella faringe. A patto che restino in equilibrio, non causano infezioni.
E’ solo in caso di una debolezza dell’organismo e che
moltiplicano e passano all’azione.
R. –
Durante tutto il tempo in cui lei ha seguito il poliziotto, ha notato,
sia al Bom Pastor che al Regional , la presenza di qualche medico
sconosciuto, dall’esterno?
F. –
No, non ho notato. Non ho visto neanche i superiori di Marco Eli
Chereze, sia della polizia che dell’esercito (Exército).
Non mi hanno cercato, neanche per avere la minima informazione sul
ragazzo, durante i due o tre giorni.
R. –
In quei giorni, chi si è occupato del poliziotto?
F. –
Non ne so niente, perché al momento del suo ricovero, non
ho incontrato nessuno della famiglia. E dal momento lo si credeva
in un ambiente riservato, non avevamo contatti con terzi. Né
coi militari.
R. –
Lei ha affermato che un membro della sua famiglia le aveva detto
che desiderava sapere in cosa consistesse la sua malattia, poiché
il poliziotto aveva partecipato alla cattura di qualcosa di strano.
Questo le è stato detto prima o dopo la sua morte?
F. –
Qualche giorno dopo, quando il suo decesso era ancora recente. Non
mi ricordo molto bene, ma sua sorella era terribilmente shockata
e venne a parlare con me.
R. –
Il batterio che avete menzionato e che può essere acquisito
attraverso la pelle, può essere mortale?
F. –
Può. Se qualcuno prende una polmonite con degli stafilococchi,
o anche un’infezione urinaria con degli stafilococchi, questa
persona può morire. Se la persona soffre di immunodeficienza,
qualsiasi batterio può ucciderla.
R. –
Nell’inchiesta sul decesso di Marco, c’è la deposizione
di un dermatologo. Questi parla di un’infezione del sangue
nella quale i globuli rossi sarebbero stati attaccati dai globuli
bianchi. Questo 8% dell’ esame del sangue, come sostenuto
dal dermatologo, avrebbero potuto denotare un contagio, attraverso
la pelle, di un’eventuale sostanza tossica che avrebbe attaccato
i suoi globuli rossi. Cosa ne pensa?
F. –
Non c’entra niente. Non c’è relazione tra questi
elementi. Il rapporto dice anche che avrebbe potuto trascorrere
qualche giorno prima che il processo si concretizzasse, ma una volta
comparso, é folgorante – questo non corrisponde alla
verità. Al contrario. Se comparisse un contagio in questo
modo, attraverso la pelle, saremmo decimati in modo folgorante tutti
i giorni.
R. –
Siete riuscito a vedere il corpo?
F. –
No, no, non ho potuto. Non è normale. Dopo il decesso, portano
il corpo affinché si proceda all’autopsia e non c’è
alcun altra procedura. Dopo il decesso della persona, si avvisa
la famiglia – e nel caso in questione non fui io ad esserne
incaricato, perché quando lo hanno portato al CTI, ho trasferito
le mie responsabilità ad un altro medico del CTI:
R. – Al CTI, che aspetto aveva?
F. –
Dopo l’ospedale di Bom Pastor, lo stato di Marco peggiorò
con una mancanza d’aria, una setticemia e una cianosi. Soffriva
anche di confusione mentale e la sua pressione cominciava ad abbassarsi.
Presentava uno stato delirante. Ma non ho fatto caso se, in uno
stato come il suo in quel momento, parlasse di cose importanti o
meno.
R. –
La famiglia pensò di far procedere all’esumazione del
corpo?
F. –
No, non che io sappia. Perché, nonostante l’immunodeficienza
non fosse stata provata, non è un’esumazione che ne
avrebbe fornito la prova. La “causa mortis” immediata
venne confermata. Ciò che causò la morte, nell’istante
in cui è subentrata. Detto questo, quello che l’ha
provocata non venne chiarito. Si tratta di un’immunodeficienza,
sicuramente. L’attacco di tre batteri in un tale spazio temporale,
in due posti diversi dell’organismo, è una cosa difficile
(enfatico).
R. –
Il medico che firma il certificato di decesso indica anche ciò
che è stato fatale, per questa persona, come causa immediata,
non è vero?
F. –
Sì. Se il medico conosce la causa iniziale del decesso, l’annota
sul certificato di decesso, ma nel caso di Marco, non c’era
il minimo elemento che permettesse di garantire qualsiasi cosa.
E’ per questo che la causa del decesso non venne scritta sul
rapporto.
R. –
All’epoca degli avvenimenti, in quale istituto lavorava di
più?
F. –
Non ero più di frequententemente in uno piuttosto che in
un altro. Il nostro statuto presupponeva che facessimo degli stages
a Bom Pastor o al Regional, in genere un mese in uno e un mese nell’altro.
Mi spostavo spesso nei due istituti.
R. –
Si recava in questi ospedali per diverse ore o diversi giorni?
F. –
Andavo tutte le mattine a Bom Pastor. Al Regional , non avevo lavorato
quel mese di gennaio del 1996. Il mio “contratto” era
con il Bom Pastor , e un altro mese, mi sarei eventualmente recato
al Regional. All’ospedale Humanitas veniva deciso col medico
se internare un paziente o meno, e non mi ricordo che ce ne fossero.
Ero di turno al CTI (urgenze) dell’ospedale Humanitas, ma
lì, ce n’è uno ogni dieci giorni. Io non ho
ma i visto niente…
R. –
Senza voler estrapolare la finalità di questa intervista,
e restando inerenti ai fatti, lei ha osservato un qualsiasi movimento
diverso all’epoca, in uno o l’altro di questi ospedali?
F. –
Ho sentito parlare di molte cose, ma non ho assistito ad alcun movimento
particolare. Ma le voci viaggiavano veloci per tutta la maternità
dell’ospedale Regional , ed io non ci ho mai lavorato perché
non ero ostetrico. Inoltre, il reparto maternità era un po’
separato, e la porta d’entrata e il resto ben in disparte.
All’ospedale Humanitas, dove ho lavorato anche, all’epoca,
non ho notato niente. Né commenti tra i medici, le infermiere
o i funzionari.
R. –
E’ chiaro che la domanda seguente non riguarda una sua responsabilità,
ma può dirci, dovendo tenere un “materiale” come
quello che riguarda il caso Varginha all’ospedale Regional,
dove lo si sarebbe tenuto, affinché nessuno ne fosse al corrente?
F. –
Ascolti, è difficile, perché in tutte le camere come
queste, quando sono chiuse, nessuno può entrare. Ci sono
delle ale e delle camere che sono riservate, come alla maternità.
R. –
La maternità del Regional ha un’ala riservata?Come
funziona?
F. –
In basso, c’è un centro ostetrico e un’ala riservata.
Questa serve per i pazienti affetti da infezione e quelli contagiosi,
e lì non entrano se non i responsabili e gli infermieri.
Normalmente i parenti non avevano l’autorizzazione ad entrare,
ma avevano diritto alle visite nelle ore previste, in una sala vicina.
L’entrata è la stessa di quella dell’ospedale.
In altri tempi, gli ospedali avevano anche dei locali d’isolamento,
ma nel 1996, non ve n’erano più.
R. –
E all’ospedale Humanitas?
F. –
A quel tempo, Humanitas aveva poco movimento e molte sale inattive,
compresa la parte in basso.
R. –
Dottor Césario, ogni grande ospedale deve possedere un’
area riservata, delle sale d’isolamento o cose di questo genere?
F. –
Una volta, sì. Oggi non più, ad eccezione degli ospedali
per le malattie infetto-contagiose. Al CTI dell’ospedale Regional,
ad esempio, c’è un appartamento che viene utilizzato
obbligatoriamente per dei casi molto speciali.
R. –
Cosa le sembrerebbe ancora interessante da dirci su questo episodio?
F. –
Ascolti, c’è questa storia raccontata dalla famiglia
(nota dell’intervistatore: a proposito della cattura di un
essere), che io non conosco e di cui non so niente. Se è
stata costruita una storia attorno a questo avvenimento, non si
sa. Ma se analizziamo bene il modo in cui le cose sono successe,
non troviamo nessuna spiegazione razionale riguardo alla morte del
ragazzo. Che l’abbia acquisita attraverso questo contatto,
o per una ferita che aveva sulla pelle, una qualsiasi cosa che avrebbe
avuto ragione della sua resistenza in maniera fulminea. Perché
è stato terribilmente rapido, capisce? Le garantisco che
nessun ascesso provoca un’immunodeficienza. Un ascesso può
essere la causa di una setticemia, ma questa non uccide nessuno.
Di conseguenza, qualsiasi antibiotico ne viene a capo. Non fu questo
il caso. Non è il batterio entrato dal braccio che provocò
l’infezione.
R. –
A meno che non si sia trattato di un batterio totalmente sconosciuto,
che è poco verosimile?
F. –
Sì. Beh, se parlassimo di qualcosa di completamente sconosciuto,
è evidente che sarebbe impossibile arrischiare delle congetture.
Non c’è alcuna risposta possibile. Ora, può
darsi che qualcosa fosse penetrato all’interno del suo organismo,
anche qualcosa di sconosciuto, che l’avrebbe privato del suo
sistema immunitario? Questa è un’altra domanda senza
risposta.
R. –
Saprebbe dirci che cosa potrebbe provocarlo, ad esempio?
F. -
Non lo so. Potrebbe essere un “veleno” iniettabile,
un’infezione nella pelle ferita, al viso o al piede. Potrebbe
essere una ferita causata da un chiodo, che provocherebbe il tetano,
ecc. Ma il tetano, lo conosciamo. Una miriade di cose, potrei dire,
e lo dico solo per enumerare qualche esempio di quello che avrebbe
potuto contaminare il ragazzo e privarlo della sua resistenza immunitaria.
Ripeto di aver detto “POTREBBE”.
R. –
Mi sta dicendo che la morte di Marco Eli Chereze fu una morte strana?
F. –
Una morte strana e senza spiegazioni razionali. Nel corso della
mia vita professionale, ho già visto due persone di all’incirca
25 anni morire così di un’infezione, ma in entrambi
i casi eravamo al corrente delle loro deficienze immunitarie. E
tutti e due, se ricordo, avevano subito l’ablazione della
milza (splenectomia) in seguito ad un incidente passato. Dopo un
po’, questo causa un’immunodeficienza. In tal caso,
la persona può morire velocemente se si trova nelle condizioni
di una setticemia. Ma, ancora una volta, non fu questo il caso.
Cesário Lincoln Futardo